Chi lo ha visto da vicino dice che avesse le lacrime agli occhi. Sessanta giorni di riposo, lontano da tutti, ma soprattutto dai palcoscenici, sono tanti. Soprattutto se ti chiamano il Komandante e all’anagrafe sei registrato come Rossi Vasco, classe 1952, da Zocca, appennino modenese. “Non posso, io il 27 ho un concerto a Torino, poi devo andare a Venezia a presentare il film documentario che mi hanno dedicato, poi devo suonare a Bologna il 6 settembre”, ha detto. Ma i medici hanno scosso il capo: “Devi stare fermo, a riposo per sessanta giorni. Per adesso a Villalba, dopo forse a casa tua, ma devi evitare ogni tipo di sforzo”.

No, non è stato per niente facile convincerlo. Mica è malleabile, Vasco. Per niente. Anche se in questi giorni la consapevolezza di doversi fermare l’aveva maturata anche lui. La scorsa settimana, gli amici storici, dovevano incontrarlo a Zocca, una rimpatriata tutti insieme. Ma alla fine Vasco ha dato forfait. Inutile chiedere al suo entourage cosa realmente abbia: “Non lo sappiamo, il suo umore è buono, ha problemi e non può sottoporsi a sforzi”.

Conclusioni? Nulla. I medici nel bollettino diramato oggi si limitano a un laconico periodo di riposo: “Le condizioni attuali del signor Vasco Rossi – si legge nella nota ufficiale diramata dalla direzione sanitaria della clinica di Bologna – non consentono che il paziente svolga alcuna attività fisica per ulteriori due mesi da oggi. Si ritiene questo necessario al fine di non compromettere l’esito delle terapie mediche a cui è attualmente sottoposto”.

A firmare il comunicato dato alla stampa è stata l’equipe medica composta dal medico curante Giovanni Gatti, dal chirurgo generale-toracico Mario Mastrorilli, dagli specialisti radiologi Giuseppe Monetti e Francesco Bassi e dal direttore sanitario di Villalba, Paolo Guelfi, anestesista rianimatore e cardiologo.

Riposo, dicono. Senza aggiungere niente.  Il pomeriggio di lunedì 18 luglio scorso, la data del primo ricovero, i medici parlarono di una costola rotta. Stop. Col tempo qualche spiegazione è arrivata. Lo stesso Vasco ha parlato e poi smentito di una macchia scura non ben definita al polmone, la stessa cosa che sussurrano le persone che lo conoscono, quelle dell’ambiente. Ma Vasco ha spiegato di non avere nessuna macchia scura e che quella era un’invenzione del giornalista che aveva sentito al telefono.

Ma anche su questo punto il Vasco degli ultimi tempi non è stato mai molto chiaro. Ha sempre detto e smentito. Ogni giorno, da quando il 1 agosto, giorno del ritorno a casa, sempre nella sua cara Zocca, “perché Bologna ho smesso di amarla da un pezzo”, si è divertito ogni giorno a farsi beffa dei cronisti che gli davano la caccia per sapere quali fossero le sue reali condizioni di salute. E’ così che il Komandante ha preferito affidare la sua immagine a se stesso e non più agli uffici stampa, alle agenzie, le etichetti e quanti altri ruotano attorno a un musicista di qualsiasi levatura. Ha scelto Facebook per comunicare. Spesso sulle condizioni di salute, talvolta come profeta che educa in tema di droghe, altre come spettatore politico per mostrare il suo disprezzo nei confronti delle idee professate da personaggi di varia estrazione, come Carlo Giovanardi o Maurizio Gasparri.

Così fino a sabato scorso, quando dopo l’ultoima notte passata a sopportare dolori atroci, ha chiamato il suo medico e amico Giovanni Gatti e la mattina dopo si è presentato ancora a Villalba. Un giorno si ricovero, poi il ritorno a Zocca e l’appuntamento a oggi per ulteriori accertamenti.

Quelli che alla fine hanno dato un esito quasi scontato. Riposo: nessun concerto, nessuna apparizione. Neanche al festival di Venezia. Il Komandante è tornato un amico fragile, deve rimettersi in salute e pensare più alla sua salute che non ai fan. Anche se il suo carattere – e su questo Vasco Rossi, che non è né un intellettuale né un musicista sopraffino, ha costruito molto della sua immagine – gli imporrebbero il contrario. Fosse per lui andrebbe a cantare anche con l’equipe di medici sul palco, fino a esaurimento energie.