Hanno (quasi) vinto. Anzi, hanno vinto. Chi? I “buoni”, i “nostri”, i nemici del “cattivo”, il colonnello Gheddafi, gli amici della Nato e dell’Ue: gli insorti, i ribelli, quelli del Consiglio nazionale transitorio di Bengasi, che tutti, un po’ alla volta, a cominciare da Parigi e Londra e poi continuando con Roma, l’Ue, la Nato, gli Usa, hanno riconosciuto, in questa guerra intestina libica, prima come interlocutore e poi – alcuni molto presto -come unico interlocutore. Adesso che hanno vinto, però, tocca cominciare a chiederci, visto che prima mica l’abbiamo fatto davvero seriamente, chi sono i “buoni” e che cosa faranno della loro vittoria; e magari inserire qualche elemento di calmiere e di moderazione, pure di dubbio e di equilibrio, nel nostro sostegno alla loro causa. Perché questo conflitto, più di altri, è denso di contraddizioni nella sua genesi e di incognite nel suo epilogo.

Un punto è chiaro: che il regime di Gheddafi, con decine di anni di negazione delle libertà democratiche e dei diritti dell’uomo, a fronte del relativo benessere di un Paese straricco di petrolio e di gas, non merita, e non meritava, né sostegno né comprensione. E che chi, come l’Italia, glielo ha dato con una linea pressoché costante d’amicizia e di disponibilità, se n’è reso complice.

Il resto è nebbia. O, visto che siamo nel deserto, una tempesta di sabbia dentro la quale vederci chiaro è impossibile. Tanto per cominciare, all’inizio i ruoli dei “buoni” e del “cattivo” non erano gli stessi per tutti. Pensiamo all’Italia, ma non solo: fino alla metà di febbraio, quando la protesta esplode, Roma era l’amica per antonomasia in Occidente del dittatore e del suo regime, che avevano il merito d’impedire la partenza dal territorio libico di barconi carichi di disgraziati in fuga da guerre e da persecuzioni dell’Africa sahariana e sub sahariana; e, fino alla metà di marzo, quando l’Onu autorizzò l’uso della forza a protezione dei civili – un mandato di molto superato, nell’interpretazione della Nato – il governo Berlusconi apparve incerto sul partito da prendere.

Perché, veniva allora spiegato, e veniva pure detto in Parlamento, fra gli insorti c’erano integralisti islamici e pure terroristi di al Qaeda, che avrebbero potuto profittare dei barconi della disperazione per raggiungere l’Italia – ma davvero al Qaeda è ridotta così male che deve aspettare gli scafisti libici per infiltrare sue cellule sul nostro territorio? Poi, l’argomento non è più stato utilizzato. Ma se era sbagliato usarlo in funzione “pro Gheddafi”, è altrettanto sbagliato trascurarlo del tutto adesso che i neo-“nostri” hanno vinto, perché, fra le varie componenti del Cnt, politiche, sociali, religiose, tribali, vi sono indubbiamente anche integralisti islamici.

E, poi, molti di questi “buoni” erano, fino a qualche tempo fa, alcuni fino a poco tempo fa, tutti “pappa e ciccia” con il “cattivo”, suoi intimi, prossimi, alleati, collaboratori, magari passati all’opposizione dopo, e forse per averne perduto favori e prebende. C’è da dubitare che ex “collaborazionisti” del regime si dimostrino ora campioni della democrazia e del rispetto dei diritti dell’uomo .

E, allora, adesso, che accadrà? A parte le incertezze che persistono sull’esito della vicenda, e in particolare sulla sorte del colonnello e della sua famiglia, l’ipotesi che appare meno probabile, anche alla luce di quella che è stata finora l’evoluzione sugli altri teatri della primavera araba (specie l’Egitto e la Tunisia), è proprio, purtroppo, lo scenario migliore: l’evoluzione della Libia verso una finora inedita forma di democrazia araba. Più facile, invece, che emerga un altro uomo, oppure un gruppo, forte, con l’augurio che questo almeno avvenga senza passare per regolamenti di conti sanguinosi tra gli insorti e i lealisti e, dopo, nella leadership degli stessi insorti. Naturalmente, sarò felice di constatare di essermi sbagliato.