«In questo momento storico, il Consiglio nazionale di transizione deve dimostrare la capacità di leadership necessaria per condurre il paese attraverso la transizione, rispettando i diritti dei libici, evitando perdite civili, rispettando le istituzioni dello Stato e seguendo una transizione verso la democrazia che includa tutte le persone della Libia. Una stagione di conflitto deve lasciare il posto a una di pace». Così nella notte il presidente statunitense Barack Obama commentava gli sviluppi della situazione a Tripoli, dove continuano gli scontri, duri, tra le truppe del Cnt e la brigata lealista guidata da Khamis Gheddafi, uno dei figli del colonnello.

Le parole di Obama, a cui hanno fatto eco quelle molto simili degli altri capi di governo occidentali, dal premier britannico David Cameron a quello italiano Silvio Berlusconi (che ha deciso di invitare alla resa il suo vecchio amico Gheddafi), aprono di fatto la fase due della transizione libica, quella del dopo-Gheddafi.

Certo, molto ancora dipende da come e quando si concluderanno i combattimenti, e soprattutto da quale sarà la fine del colonnello, scomparso dalla circolazione, come anche il suo fidato capo dei servizi segreti nonché cognato, Abdullah al-Senussi.

Nonostante questo quadro di parziale incertezza, i leader del Cnt sono già in viaggio da Bengasi verso la capitale per iniziare a creare le condizioni per assumere in pieno il controllo della macchina statale. La preoccupazione immediata della comunità internazionale è che la caduta di Tripoli apra una fase di ritorsioni e vendette contro gli esponenti del vecchio regime e le loro famiglie, specialmente quelle più legate al clan di Gheddafi.

Il governo francese, intanto, ha preso l’iniziativa diplomatica e ha convocato per la prossima settimana una riunione del Gruppo di contatto, il team di paesi occidentali e arabi, nonché di istituzioni internazionali che ha il compito di sostenere il Cnt nella transizione. Di sicuro all’ordine del giorno – se la situazione sul campo lo consentirà – ci sarà la prima richiesta del Cnt, ovvero sbloccare i fondi libici congelati a causa delle sanzioni internazionali contro il regime. Per l’Italia è un capitolo molto ampio: 7% di Unicredit, 2% dell’Eni, 7% della Juventus e 2% di Finmeccanica, oltre a partecipazioni minori. Il secondo passaggio riguarda la road map preparata da mesi dal Cnt che prevede una serie di tappe verso le prime elezioni democratiche, dopo la scrittura di una costituzione provvisoria e un referendum che la confermi.

Primo obiettivo economico, naturalmente, sbloccare gli impianti petroliferi e far riprendere a pieno ritmo le esportazioni di greggio, anche per rimpinguare le casse del Cnt e dello Stato, che dovrà far fronte alle alte aspettative dei libici non solo in termini di libertà civili e sociali, ma anche di miglioramento delle proprie condizioni economiche.

Per l’Italia, oltre alle questioni economiche e finanziarie immediate e di lungo periodo (le concessioni petrolifere dell’Eni, per esempio) c’è anche il capitolo controllo delle frontiere e immigrazione. E’ un capitolo molto spinoso, perché l’Italia ha chiuso un occhio sulle condizioni di detenzione dei migranti africani in Libia, così come sui metodi usati dalla polizia libica per controllare le frontiere. Su questo fronte, il Cnt e il futuro nuovo governo libico dovranno dimostrare di riuscire a rassicurare gli europei e gli italiani in primis, senza però ricorrere al pugno di ferro usato dal regime. Il ruolo dell’Onu, da questo punto di vista, nella formazione delle nuove istituzioni, potrà essere determinante quando la prosecuzione della «collaborazione» tra il Cnt e i governi della Nato, che già ha offerto il proprio aiuto.

Su questo scenario, però, pesa l’ipotesi peggiore, quella che Gheddafi ha cercato di agitare nelle ultime fasi della guerra civile, ancora non del tutto conclusa. Che cioè il regime abbia scelto una via “irachena” alla resistenza, e che la sparizione di Gheddafi e di Senussi sia il preludio a una sanguinosa fase di instabilità. Per ora, il Cnt ostenta una pacata sicurezza e ha ringraziato la comunità internazionale, l’Onu e la Nato per l’appoggio dato alla protesta e alla rivolta che in poco più di sei mesi ha avuto ragione di un regime vecchio di quarant’anni.

di Joseph Zarlingo