Una nuova settimana di passione con le Borse sempre sull’ottovolante, condizionate dalle attività di alcuni operatori fuori controllo che utilizzano a piene mani strumenti che manipolano, di fatto, l’andamento delle quotazioni – come l’high frequently trading – e dall’attesa per un ondata di dati economici in assenza di segnali chiari da parte di governa. La volatilità continuerà a regnare sovrana, come dimostra l’analisi di Bloomberg che la mette in relazione con gli acquisti computerizzati ad alta frequenza e come si evidenzia con estrema chiarezza dall’indice Vix (che misura la volatilità dei mercati) vicino ai massimi della crisi Lehman.

Gli Stati Uniti dovranno attendere il prossimo week end (con il seminario dei banchieri mondiali nel Wyoming) e poi il nuovo piano di Obama per lo stimolo dell’occupazione, previsto per il 6 settembre, e l’Europa la convocazione da parte del Parlamento per lunedì 29 agosto della troika economica (Juncker, Rehn, Trichet) per avere qualche indicazione meno fumosa mentre dai dati macroeconomici arriveranno una gragnuola di incognite.

Si parte lunedì con l’indice della Fed di Chicago, martedì con gli indici delle PMI dell’Ue, Germania e Francia e quello delle nuove case nel mese di luglio negli States, mercoledì l’IFO della Germania, ordini beni durevoli, scorte greggio e prezzi delle abitazioni in Usa, giovedì la disoccupazione sempre negli Stati Uniti per finire in crescendo con il Pil di Spagna, Uk e Usa venerdì prima dell’annuale seminario dei banchieri di tutto il mondo organizzato per il prossimo fine settimana da Ben Bernanke a Jackson Hole, in Wyoming.

Ma ancora una volta, nonostante l’ampia conoscenza dei fenomeni che hanno portato alla Grande Depressione, la risposta dei banchieri sembra completamente inefficace. Il mondo sembra caduto nella trappola della liquidità, a lungo studiata proprio da Ben Bernanke, alimentata anche dal mutato e abnorme ruolo assunto dalla finanza in qualsiasi aspetto della vita economica.

Emblematico in proposito quanto sta avvenendo dall’inizio della nuova fase di crollo delle Borse a livello mondiale. I mercati borsistici dal 22 luglio scorso ad oggi hanno perso circa 6000 miliardi di dollari di capitalizzazione e larga parte dell’enorme massa di liquidità disponibile si è spostata verso l’oro (anche mediante i fondi di investimento), i titoli di stato pubblici (gli stessi penalizzati dall’abbassamento del rating di S&P) che sono scesi a livelli mai raggiunti negli ultimi cinquant’anni, nelle materie prime agricole come dimostra i record assoluti del mais che è letteralmente raddoppiato in pochi mesi.

Fenomeni che si possono spiegare da una parte con l’enorme massa di denaro liquido non destinato ad investimenti produttivi e dall’altro dall’eccessivo volume dei prodotti derivati che insistono su ciascuno di questi sottostanti. Un caso su tutti risulta clamoroso e lapalissiano: di Brent, il greggio prodotto nel Mare del Nord che in realtà è un mix di quattro diverse varietà, se ne produce realmente solo 1,2 milioni di barili al giorno ma il valore della “carta”, cioè dei contratti future che sono stati scambiati sul mercato Ice di Londra, è pari a 397 milioni di barili annui pari a dieci volte la reale produzione. Il fenomeno è talmente delirante che il prezzo del Brent è di 16 dollari in più rispetto al petrolio che viene scambiato su Wti, il mercato di Wall Street. I raffinatori statunitensi stanno quindi esportando benzine raffinate a danno dei concorrenti europei anche per effetto della bassissima domanda interna: negli Stati Uniti a luglio è stato registrato il consumo di benzine più basso degli ultimi dieci anni, complice anche la crescente mutazione del parco circolante di vetture.

Accanto alla finanza fuori controllo, che dovrebbe essere la prima destinataria degli interventi come sottolinea il Professor Giulio Sapelli c’è poi il nodo degli stimoli da parte degli stati. In proposito nei mesi scorsi più volte economisti come Krugman, Stiglitz, Rogoff e Fitoussi hanno sottolineato che senza programmi di spesa finalizzata per investimenti infrastrutturali è impossibile combattere il fenomeno più pericolo e recessivo: la perdita di occupazione e reddito, condizioni fondamentali per un recupero delle economie e per favorire quella indispensabile e non procrastinabile mutazione del sistema capitalistico energivoro e dissipativo.

A conferma di queste tesi c’è ora una analisi di alcuni economisti del NBER, il National Bureau of Economic Research, lo stesso che per primo ebbe il coraggio e la serietà di dire che gli Stati Uniti erano in recessione già alla fine del 2007. Secondo il paper di Leonard E. Burman e Marvin Phaup appena pubblicato, gli stimoli economici basati sul taglio alle tasse, scelti da Bush e proseguiti da Obama, hanno amplificato il deficit statunitense e favorito i contribuenti a più alta capacità di reddito.

L’auspicio è che ora l’amministrazione Obama riveda le sue politiche e magari prenda in considerazione alcuni dei suggerimenti di Hyman Minsky, l’economista post keynesiano che più di ogni altro ha teorizzato l’instabilità intrinseca del capitalismo globalizzato e finanziarizzato. Tra i suggerimenti di Minsky meritano di essere ricordati: lo stimolo alla produzione di beni di consumo mediante tecniche a minore intensità di capitale; il sostegno indiretto alle attività produttive attraverso la spesa in infrastrutture e in ricerca e sviluppo; lo stabilimento di vincoli alle passività delle imprese; una struttura del bilancio pubblico che vada automaticamente in avanzo (disavanzo) con alti (bassi) livelli di investimento, reddito e occupazione; un riordino della composizione della spesa pubblica, che vada a scapito della spesa per armamenti e per trasferimenti, e che favorisca programmi per l’occupazione e di fornitura di beni e servizi utili, anche ‘in natura’; l’intervento del governo quale ‘datore di lavoro di ultima istanza’ e perno di una vera e propria ‘socializzazione degli investimenti’; interventi fiscali che privilegino il ricorso al finanziamento azionario rispetto a quello tramite debito; politiche a favore di banche e imprese di piccola e media dimensione rispetto alle grandi ‘conglomerate’; una riallocazione dei diritti di proprietà delle imprese dal capitale al lavoro.

di Andrea Di Stefano