Courtney, avvenente psicologa, e Sarah, brillante avvocata, hanno coronato il loro sogno: sposarsi in una suggestiva cerimonia in un tempio indù, in Nepal. Quello fra le due donne americane originarie del Colorado è diventato il primo matrimonio lesbico celebrato nel piccolo paese dell’Asia del Sud, che si va caratterizzando sempre di più come “gay friendly” a livello politico, legale e sociale. Un vera novità per l’Asia: la vicina India, infatti è nota perché considera l’omosessualità un reato punibile con 10 anni di carcere e per un clima di omofobia dilagante, che ha portato di recente il Ministro federale per la Sanità, Ghulam Nabi Azad, a definire l’omosessualità una “malattia occidentale”.

Tutt’altro clima in Nepal, dove gay, bisessuali e transgender stanno trovando un vero paradiso, ovvero un luogo dove essere riconosciuti come cittadini titolari di diritti e non essere vittime di striscianti discriminazioni, emarginazione e violenza.

La storia di Courtney e Sarah ha ben presto trovato imitatori e le prenotazioni di turisti gay fioccano da tutto il mondo: tanto che nel piccolo paese himalayano, meta fino a ieri di scalatori e alpinisti, è nata “Pink Mountain”, prima agenzia turistica nepalese riservata ai gay, che organizza pacchetti di viaggio “all included”, comprensivi di matrimonio indù, con tanto di pubblico, cerimonia tradizionale, abbigliamento, gioielli formule e gesti di rito. Un settore, quello del turismo gay che – grazie a un giro d’affari mondiale di 670 milioni di dollari – potrebbe contribuire e ridare fiato all’economia del Paese, segnata da un decennio di guerra civile e che oggi faticosamente torna a proporre all’attenzione internazionale le affascinanti mete turistiche nepalesi. Il governo ha infatti dichiarato il 2011 “Anno del Turismo in Nepal”, lanciando un campagna promozionale che ha duplicato gli arrivi rispetto ai 500mila turisti del 2010; e il turismo gay sembra aver colto l’occasione per trovare spazi affascinanti quanto inaspettati.

Il Paese, ex regno indù, dichiarato nazione laica nel 2006, sta costruendo lentamente la sua identità democratica, non senza tensioni e conflitti fra partiti esistenti: un panorama in cui spiccano i maoisti, fino a ieri guerriglieri, oggi attori sulla scena politica. Ma il Nepal sembra ben avviato nel trattare la delicata questione delle minoranze, siano esse etniche, religiose, culturali e anche sessuali. Il punto è riconoscerne dignità, identità, diritti, libertà e lottare contro ogni forma di discriminazione, ancora esistente nel retaggi culturale tradizionale. E’ questo l’approccio disegnato nella bozza della Costituzione che l’intero arco delle forze politiche, riunite in una Assemblea costituente, sta elaborando e che la popolazione attende con ansia, per dare allo Stato quella autentica svolta democratica che può aprire, in via definitiva, una nuova era nella storia nazionale. Un approccio che può tradursi nel riconoscimento ufficiale della libertà di orientamento sessuale, nella eliminazione di ogni forma di discriminazione (nonché di sanzioni e pene sui cittadini glbtq), nella legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Passo avanti in tal senso sono già stati compiuti: un parlamentare gay, Sunil Babu Pant, ha vinto nel 2008 un ricorso alla Corte Suprema, che ha costretto il governo a garantire piena uguaglianza a tutte le “minoranze sessuali”. E, proprio sulla base di questa sentenza, i matrimoni gay sono legali mentre il Censimento nazionale, lanciato quest’anno dal governo, prevede nelle schede identificative del cittadino la casella “genere sessuale terzo”, per dare la possibilità a gay, lesbiche e transessuali di registrarsi senza tradire la propria identità. Un dicitura che, dice Pant, potrà comparire anche sulla carta di identità. Pant ha fondato anche un Ong, la “Blue Diamond Society”, che difende i diritti dei cittadini nepalesi non eterosessuali. “Il cammino è ancora lungo – spiega – ma abbiamo buone speranze, per disegnare un paese davvero democratico, in cui la comunità omosessuale goda realmente di uguali diritti”. Ulteriore segno di una accoglienza concreta a quelli che un tempo erano considerati “lebbrosi”, la Blue Diamond di Pant ha aperto un ricovero per omosessuali positivi all’Hiv o malati di Aids. Sono giovani spesso abbandonati dalle loro famiglie perché colpiti da un duplice stigma, che trovano un luogo dove vivere, ricevere cure, servizi funerari e degna sepoltura. Un segno di civiltà che rende il Nepal all’avanguardia in Asia. Come ha insegnato il “Nepal gay pride”, celebrato solo una settimana fa a Narayanghat (città a 160 km dalla capitale Kathmandu), in un clima di festa nazional-popolare.

Sonny Evangelista