Il governo si scaglia contro le feste civili: 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno sono l’ultimo obiettivo della scure di Tremonti. È quanto emerge dall’articolo 1 comma 24 del d.l. 138/2011 “Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”. Il decreto firmato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e subito pubblicato nella gazzetta ufficiale prevede una manovra da 45 miliardi che il governo ha varato per contrastare la crisi finanziaria dei mercati.

Di razionalizzare seriamente la spesa pubblica, con tagli che mettano in discussione i sistemi di potere e di favore o di tagliare i privilegi della casta non se ne parla, meglio per l’esecutivo tentare di far cassa ‘giocando’ con date pregne di significato per la storia patria.

“A decorrere dall’anno 2012 –si legge nel d.l. 138- con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, da emanare entro il 30 novembre dell’anno precedente, sono stabilite annualmente le date in cui ricorrono le festività introdotte con legge dello Stato non conseguente ad accordi con la Santa Sede, nonché le celebrazioni nazionali e le festività dei Santi Patroni in modo tale che, sulla base della più diffusa prassi europea, le stesse cadano il venerdì precedente ovvero il lunedì seguente la prima domenica immediatamente successiva ovvero coincidano con tale domenica”.

Il 18 agosto 1944 venivano uccisi da militi fascisti a Cà Cornio tra Modigliana e Castrocaro (Forlì-Cesena) i partigiani Iris Versari, Adriano Casadei, Silvio Corbari e Arturo Spazzoli. Il giorno successivo, nei pressi di Coccolia (Ravenna), cadeva il partigiano Tonino Spazzoli. È questo l’anniversario scelto da Roberto Balzani, sindaco di Forlì e professore dell’Alma Mater di Bologna, Thomas Casadei, dell’università di Modena e Reggio Emilia, Sauro Mattarelli, presidente della fondazione Alfredo Oriani di Ravenna e  Maurizio Ridolfi dell’università della Tuscia di Viterbo, per lanciare una raccolta di firme, affinché le feste laiche nazionali continuino ad essere celebrate nelle date consuete. “Viceversa –chiarisce Mattarelli- si tratterebbe di una soppressione de facto. Il testo del decreto lascia un margine di arbitrio e storicamente ciò indica un costume tipico dei dispotismi: nelle monarchie assolute le feste erano concessioni del sovrano e non diritti del popolo. Il ruolo di monarca ora lo vuole assolvere il presidente del Consiglio”.

“La questione della soppressione delle feste civili -si legge nell’appello pubblicato sul sito soppressionefestecivili.blogspot.com- non si comprende perché non abbia riguardato l’intero assetto dei giorni festivi del nostro Paese, escludendo a priori quelli religiosi”.

“Sul piano politico-istituzionale –continua il testo- spostare alla domenica successiva la celebrazione della sconfitta del fascismo, della nascita della Repubblica e di quel lavoro che la Costituzione pone a fondamento dell’Italia costituisce, di fatto, la negazione di quel patriottismo costituzionale e di quella idea di democrazia sociale su cui si è costruita e sviluppata la miglior storia della nostra Repubblica”.

La petizione, promossa anche su facebook alla pagina “No alla soppressione delle feste civili”, da ieri ha già superato le 1800 firme e l’obiettivo è quello di raccoglierne diverse migliaia in pochi giorni.

Ha sottolineato la sua totale contrarietà al provvedimento del governo anche Dario Venegoni, vicepresidente di Aned, associazione nazionale ex deportati: “Ricordiamo tutti quando il ministro della Difesa La Russa dichiarò che lui il 25 aprile lo festeggia andando a porre un fiore sulle tombe dei “suoi” caduti, quelli della Repubblica sociale italiana. E che il presidente del Consiglio ha sempre disertato -tranne una volta, in Abruzzo, in piena campagna elettorale– le celebrazioni del 25 aprile, bollandole come “di parte”. Per non dire dello sciagurato voto con il quale in commissione, alla Camera, la maggioranza ha dato parere favorevole all’ennesimo tentativo di equiparare i militi repubblichini, alleati di Hitler, ai partigiani che hanno contribuito a ridare la libertà al nostro Paese”.

“Un governo –prosegue Venegoni- che non ha mai riconosciuto il valore fondante della data del 25 aprile per la riconquistata democrazia oggi approfitta della crisi finanziaria, da esso stesso clamorosamente sottovalutata, per cercare di cancellare questa data dal calendario civile. Quello stesso esecutivo, all’interno del quale un importante ministro fece sapere che lui col Tricolore ci si “pulisce il culo” tenta di cancellare la festa della Repubblica, evidente ostacolo alla grossolana propaganda secessionistica della Lega.

Dello stesso avviso è Andrea De Maria del Pd, già sindaco di Marzabotto, che in una lettera aperta a Carlo Smuraglia, presidente nazionale Anpi, dimostra di ritenere l’abolizione delle feste “scarsamente efficace sul piano economico e molto grave su quello dell’identità del Paese”. “Resistenza, lavoro ed equità sociale, Costituzione e Repubblica –afferma- non sono vuote parole, ma le basi su cui la nostra Italia democratica trova le ragioni della sua coesione. Queste feste rappresentano i valori fondamentali di riferimento per tutti gli italiani”.

Maurizio Ridolfi, uno dei promotori della petizione è d’accordo con De Maria sulla sostanziale mancanza d’incisività del decreto legge, per risanare la nostra economia: “Il provvedimento è stato intrapreso per una mera valenza opportunistica, visto che non ha un effettivo vantaggio economico. Se si fosse promossa una discussione ampia e pubblica non sarebbe stato possibile abolire queste feste, perché la maggior parte del Paese crede ancora a dei valori comuni che collegano il Risorgimento alla Resistenza. Il significato, ad esempio, del primo maggio ce lo ricorda l’articolo 1 della nostra carta costituzionale”.

A smentire il presunto valore europeista del comma 24 è il sindaco di Forlì, Roberto Balzani: “A chi potrebbe venire in mente –si chiede- di abolire il 14 luglio in Francia o il 4 luglio negli Stati Uniti?” E allora propone: “Diamo un equilibrio al provvedimento e aboliamo piuttosto alcune feste religiose meno sentite come l’8 dicembre”.

“Abbiamo deciso di lanciare questa petizione online –dichiara Sauro Mattarelli– poiché nessun leader politico stava reagendo. Sposare arbitrariamente quelle feste significa sopprimerne il valore stesso e ciò è improduttivo non solo per il pil (inciderebbe solo dello 0,2 per cento), ma anche per la coesione sociale del Paese. Il provvedimento –continua Mattarelli- produce effetti dal sapore punitivo nei confronti dei ceti lavoratori che sorreggono l’economia italiana e in più crea uno squilibrio tra feste laiche e religiose”.

Bisognerebbe ogni tanto rammentarsi di Quintino Sella che ammoniva la classe politica a dare il buon esempio. “I sacrifici quando sono da fare si fanno, ma chi te li chiede deve avere le carte in regola”, ammonisce Mattarelli. E allora proprio non piace quel comma 24: per Ridolfi è “un codicillo infilato in gazzetta senza consultare il popolo, il segno di un’Italia smarrita di fronte alla propria storia”.