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Era una lettera morta. Forse retorica. Con lieto fine incorporato: “Figlio mio, lascia l’Italia”, scriveva Pier Luigi Celli due anni fa. Il figlio di Celli, il papà è direttore generale dell’Università Luiss, è ancora un italiano tra di noi e lavora per un’azienda italianissima: la Ferrari di Luca Cordero di Montezemolo, il presidente che nominò suo padre ai tempi di Confindustria.
La Ferrari precisa che Mattia Celli sta svolgendo uno stage di sei mesi. Montezemolo non sapeva. Come per il contratto al figlio di Luigi Bisignani. Capita, sono i fatti. A loro insaputa.

Direttore, suo figlio ha disfatto le valigie.
Andiamo per gradi e con chiarezza: non è assunto in Ferrari, sta facendo un tirocinio, credo pagato con i soldi regionali. Tra tante proposte che ha ricevuto, mandando il curriculum un po’ ovunque, lui ha scelto di andare in Ferrari per completare la formazione. Lui è ingegnere, un progettista.

Basta volere la Ferrari, no?
Nessuna raccomandazione, poi sono sei mesi. In Ferrari ne entrano tanti, anche anonimi.

Riprenda la penna, cosa può dire ai giovani laureati e disoccupati?
Quella era una provocazione per un tema ignorato. Tanti vanno all’estero, io spero che qualcuno resti. Adesso l’emergenza è forte: non è cambiato niente, la crisi ha peggiorato. I genitori mi chiedono consigli per i propri ragazzi.

Il primo?
Ragazzi, vi dico: laureatevi bene e andate in giro con il vostro curriculum, schiena dritta e testa alta. Rompete i coglioni. Guardate gli studenti della Luiss, sono un esempio emblematico.

L’università di Confindustria è un pochino per privilegiati, no?
Sì, siamo privati, senza una famiglia che ti passa dei soldi è difficile studiare da noi. La nostra realtà è lontana rispetto a una media nazionale. La retta è alta, circa 8mila euro l’anno. Però ci sono possibilità di avere una borsa di studio.

L’Italia è per ricchi?
Nascere bene aiuta. L’ascensore sociale è fermo. Il numero degli iscritti all’università cala anno per anno. Ci sono famiglie che non possono permettersi spese eccessive per pendolari o fuori sede. Chi ha soldi ha più opportunità, così creiamo una categoria elitaria.

Come fare senza una famiglia che ti campa per trent’anni?
I ragazzi possono solo abituarsi ai sacrifici: studiare e lavori extra.

Extra?
Nei bar e nei ristoranti per recuperare dei soldi. (Rievocazione di Renato Brunetta, che voleva spedire “i giovani ai mercati generali”, ndr)

Più facile con una raccomandazione.
Sono un macigno, in cinque milioni lavorano grazie ai legami con la politica. Io ho un pessimo carattere, respingo al mittente le segnalazioni.

Ha respirato l’aria dorata e malsana di società come Eni e Rai. Nessuna spintarella?
No, noi in Luiss siamo immuni. C’è una società esterna che fa le selezioni. Dissi con dispiacere al ministro Giuseppe Fioroni che il figlio non era tra gli ammessi.

Nel libro Coraggio, don Abbondio fa un manifesto dei codardi a metà: “Bisognerebbe fare i nomi, avere coraggio. Ma come si fa, in un Paese come il nostro che, se poco poco ti sporgi, uno che ti castiga lo trovi subito. Teniamo tutti famiglia e dunque limitiamo le pretese”. Ricorda?
Devi avere fegato per fare i nomi. Io ho dimostrato di averne, comunque.

E perché tace sui particolari?
Li dite già voi.

Lei conserva tanti aneddoti. Uno a piacere?
Sarebbe un bestiario. Io ho già tanti guai. Mio figlio sarà incazzato per questa storia.

L’omertà e la paura aiutano l’Italia?
No, ma ci vuole qualcuno che tuteli chi parla.

Dica la verità: voterebbe il politico Luca Cordero di Montezemolo?
Non lo so, dovrei valutare con chi va e perché. Ma siamo amici da una vita. In generale penso che gli uomini della provvidenza siano fuori stagione.

Il Fatto Quotidiano, 19 agosto 2011