La paura della recessione abbatte le quotazioni e sposta enormi masse di liquidità verso i Bond del Tesoro statunitense, l’oro, volato a 1828 dollari l’oncia dopo aver toccato 1880, i titoli svizzeri e persino i bond dei paesi del Golfo. E il rischio di un double dip (anticipato dal Fattoquotidiano.it già lo scorso 2 agosto) diventa ogni giorno più reale, perché, come ha spiegato l’economista Jean Paul Fitoussi, le politiche di austerità rischiano di peggiorare le cose. La dimostrazione palese che le ricette della Fed e della Bce, per iniettare moneta liquida sui mercati, non funzionano e stanno creando le condizioni di quella trappola della liquidità evocata più volte dagli economisti, è andata in scena sui mercati azionari di tutto il mondo.

LE CURE CHE NON FUNZIONANO – I dati a raffica dall’economia Usa, la nuova paralisi del mercato interbancario in Europa che spinge la Fed a mettere sotto controllo alcune banche europee, le previsioni di una frenata persino della Cina, hanno investito come un tsunami le borse dell’intero Globo. La verità è che le banche centrali tengono i tassi artificiosamente bassi, stampano carta moneta ma le economie non si riprendono. O meglio le aziende sì: soprattutto la “corporate America” come viene chiamato il gruppo delle grandi corporation Usa ma anche le centinaia di società quotate nelle borse europee. Gli utili corrono, grazie ai giganteschi tagli occupazionali, ma i soldi non girano nell’economia perché il timore dello stallo tiene fermi gli investimenti e la mano pubblica è paralizzata dalla minaccia della speculazione che attacca gli stessi stati sovrani che hanno speso migliaia di miliardi per salvare la finanza.

CAMBIANO GLI INVESTIMENTI CONSIDERATI “SICURI” – Quello che è accaduto nell’ultima giornata di scambi, mentre Wall Street sprofondava di quasi quattro punti (il Dow Jones ha chiuso a -3,66%) trascinando tutta l’Europa, è emblematico: i rendimenti per i titoli del Tesoro Usa a 10 anni sono scesi per la prima volta nella storia sotto il 2%, livello mai raggiunto nemmeno durante la Grande Depressione degli anni ’30, fino a un minimo di 1,978% per poi risalire al 2,002%. La Svizzera già due giorni fa nel disperato tentativo di bloccare gli ingenti flussi verso il franco e i titoli di Stato, ha spinto in negativo i rendimenti dei titoli a due anni e quasi a zero quelli sui depositi a breve. I rendimenti sui titoli di Stato biennali svizzeri, quotati a Londra, sono scesi su livelli negativi (-0,06%) per il secondo giorno. In pratica alla scadenza gli investitori riceveranno meno di quanto hanno pagato i titoli di Stato, rimettendoci così non solo i rendimenti ma anche parte del capitale ma guadagnando sull’incredibile rafforzamento della valuta elvetica (+12% da inizio 2011).

Anche i rendimenti dei titoli a dieci anni sono scesi di 19 punti base a quota 0,86%. La Banca centrale svizzera ha annunciato misure straordinarie per frenare la corsa del franco immettendo liquidità sui mercati e fissando il tasso nominale a breve (tre mesi) più vicino possibile allo zero, in modo da scoraggiare i flussi di capitali verso la moneta e le attività nazionali. Il tasso interbancario Libor sui depositi a tre mesi è sceso oggi al record di 0,01333, il più basso dalla sua istituzione nel 1989. Ma gli investitori stanno esplorando anche altre attività ritenute sicure, come i titoli di Stato dei Paesi del Golfo. Il rendimento medio sui bond della regione è calato al 4,67% questo mese a causa della forte domanda, si tratta dell’interesse più basso da novembre scorso, secondo l’indice Hsbc/Nasdaq Dubai Middle East Conventional Sovreign Us Dollar Bond Index. I titoli di Stato più ricercati sono soprattutto quelli del Qatar e di Abu Dhabi. E lo stesso accade con l’oro, spinto ad oltre 1.829,40 dollari l’oncia.

L’ECONOMIA REALE NON CRESCE – Intanto i segnali che arrivano dall’economia reale continuano a fare paura. In Brasile calano le vendite di auto, aumenta la richiesta di sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti mentre calano le vendite di case nuove (-3,2%) mentre gli analisti si aspettavano un incremento del 2,5%. E arriva la solita ciliegina sulla torta di Morgan Stanley che annuncia che il rischio di recessione globale è salito al 25%. Il sistema economico globalizzato non funziona e soprattutto le ricette per evitare le crisi non sono più idonee. Senza una redistribuzione del reddito e una rivoluzione della dipendenza energetica il capitalismo globale non riesce a superare la propria endemica tendenza all’instabilità, come ha spiegato in diversi suoi libri Hyman Minsky.

L’EFFETTO DEL TERREMOTO IN GIAPPONE E DELLA GUERRA IN LIBIA – Ma se si guardano bene i dati si scoprono i due “mandanti” di una recessione che forse si può evitare: il primo è il terremoto del Giappone e quindi si dovrebbero superare gli effetti devastanti sull’economia mondiale entro la fine dell’anno. Il secondo si chiama Nicolas Sarkozy e la disgraziatissima guerra in Libia. Il sistema dell’economia occidentale è troppo dipendente dal petrolio, come evidenziato da una recente ricerca del professor James D. Hamilton dell’Università della California. Che evidenzia come lo shock petrolifero seguito alla sospensione delle forniture da Tripoli abbia impattato negativamente sul pil statunitense per almeno l’1,1% nel primo semestre di quest’anno. Se a questo effetto negativo sommiamo un mezzo punto di pil mondiale perso per effetto del terremoto che ha paralizzato la seconda economia mondiale, si capisce che la frenata era inevitabile. E che la recessione si potrebbe comunque frenare cercando di porre fine al più presto alla guerra in Libia e tagliando le spese militari più che mai improduttive in una fase di crisi come quella attuale.

di Andrea Di Stefano (direttore di Valori)