La Spagna cerca di risolvere il problema disoccupazione chiudendo la porta ai lavoratori immigrati rumeni. La decisione ha già ricevuto il via libera di Bruxelles “vista la situazione lavorativa straordinaria della Spagna”. Si tratta di un precedente unico nell’Unione europea che rischia di ripetersi anche in altri Paesi specie in tempi di crisi economica, in primis Francia e Germania. La Romania, con la sua manodopera a basso costo, paga così la crisi economica in Europa.

Dopo il via libera della Commissione europea, Madrid potrà bloccare gli arrivi dei lavoratori rumeni a causa di possibili “disturbi” al mercato interno del lavoro spagnolo, affetto da una disoccupazione cronica di oltre il 20% e che negli ultimi mesi ha spinto migliaia di giovani, gli Indignados, nelle piazze delle principali città iberiche. Il commissario Ue al Lavoro, affari sociali e inclusione László Andor ha dato l’ok dopo un tira e molla durato qualche settimana. Alla fine l’ha spuntata il governo Zapatero, che esce così di scena segnando il primo passo indietro della storia nell’apertura del mercato nazionale ai lavoratori stranieri ma europei.

E dire che la Spagna è sempre stata tra i Paesi più aperti e accoglienti alla manodopera straniera. Proprio Madrid, tra le grandi d’Europa, ha aperto completamente per prima il mercato nazionale del lavoro ai nuovi Paesi entrati nell’Ue dopo il 2004. Infatti la comunità rumena in Spagna è tra le più nutrite, con 388mila nuovi arrivi nel 2006 e ben 823mila nel 2010. Ma il problema è che proprio la comunità rumena è tra quelle maggiormente colpite dalla crisi, con circa il 30% che usufruisce dei sussidi statali di disoccupazione. Una situazione che fa paura in tempi di crisi economica, con lo spauracchio della Grecia e del default che incombe anche sulla penisola iberica.

Proprio i rumeni, insieme ai bulgari, hanno libero accesso per motivi di lavoro solo a 15 Stati Ue su 27 (Danimarca, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovenia, Slovacchia, Finlandia, Svezia, Ungheria, Grecia, Spagna, Portogallo e Repubblica Ceca). Gli altri Paesi (Belgio, Germania, Irlanda, Francia, Italia, Lussemburgo, Olanda, Austria, Regno Unito e Malta) hanno mantenuto delle restrizioni che resteranno in vigore fino a gennaio 2014. Lo scorso luglio, Bulgaria e Romania hanno chiesto alla Commissione europea di aiutarle ad aprire i confini già a partire dal 2012, ma il loro appello è rimasto inascoltato.

A chiudere per prima la porta ai lavoratori stranieri sia pure Ue è stata l’Olanda, che pur avendo uno dei tassi di disoccupazione più bassi d’Europa (4.5% contro la media europea del 10%) ha pensato bene lo scorso aprile di stabilire che verrà dato un permesso di lavoro ad uno straniero solo “in circostanze eccezionali”. Un provvedimento salutato dal ministro olandese agli Affari sociali Henk Kamp come “sacrosanto” ma che ha messo Amsterdam sotto il fuoco delle critiche di mezza Europa, in primis Polonia, Bulgaria e Romania.

E adesso arriva il provvedimento spagnolo, che resterà in vigore almeno fino alla fine del 2012. Non verranno colpiti gli immigrati che si trovano già in Spagna e non saranno toccati i sussidi che sono già stati allocati. Scontata la reazione di Bucarest. Il vice Presidente del Senato rumeno, Cristian Diaconescu, parla di “una totale violazione dei basilari principi su cui si fonda l’Unione europea stessa”. Secondo Diaconescu “i problemi dell’economia spagnola non sono certo colpa dei rumeni”, ma piuttosto “il frutto della facilità e dell’esagerata entità dei sussidi che Madrid regala”.

Oltre ad incrinare i rapporti tra Madrid e Bucarest, questa decisione rischia di costituire un precedente in un’Europa battuta dalla tempesta della crisi e da un rinvigorimento dei movimenti di estrema destra e anti immigratori. E a proposito di provvedimenti “elettorali”, Francia, Germania e Italia andranno al voto tra il 2012 e 2103.