Forse l’idea non ha neppure fatto capolino nel brainstorming ministeriale anti-crisi, o magari anche sì, ma poi, a prevalere, sarà stato il timore che l’emorragia da quel cuore grondante sangue potesse diventare imponente e rivelarsi fatale per la salute dell’anziano presidente del Consiglio.

Dunque, pare che nessuno se la sia sentita di proporre un rimedio per fermare l’altra emorragia, quella di denaro, che, un anno sì e l’altro pure, la Corte dei Conti segnala come conseguenza della corruzione nella nostra pubblica amministrazione. E pensare che, a leggere una a caso fra le ultime memorie del procuratore generale della magistratura contabile, un provvedimento anticorruzione potrebbe rivelarsi risolutivo.

Ecco, per esempio, il procuratore Furio Pasqualucci, nel suo giudizio sul Rendiconto generale dello Stato, il 17 giugno 2009: “Il fenomeno della corruzione all’interno della P.A. è talmente rilevante e gravido di conseguenze in tempi di crisi come quelli attuali da far più che ragionevolmente temere che il suo impatto sociale possa incidere sullo sviluppo economico del Paese anche oltre le stime effettuate dal SaeT (Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Ministero della P.A. e dell’innovazione) nella misura prossima a 50/60 miliardi di euro all’anno, costituenti una vera e propria ‘tassa immorale ed occulta pagata con i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini’ ”. E, come se non bastasse il danno monetizzabile, “altre e maggiori conseguenze vengono prodotte dalla corruzione serpeggiante nella P.A. sul piano della sua immagine, della moralità e della fiducia che costituiscono un ulteriore costo non monetizzabile per la collettività, che rischia di ostacolare (soprattutto in Italia meridionale) gli investimenti esteri, di distruggere la fiducia nelle istituzioni e di togliere la speranza nel futuro alle generazioni di giovani, di cittadini ed imprese”. E dunque “data la vastità del fenomeno corruttivo va posta in essere una decisa azione di contrasto affidata in primo luogo al legislatore perché assicuri un’idonea legislazione sull’organizzazione della P.A. a tutela del principio costituzionale del “buon andamento della P.A.” perché “è sul piano organizzativo che occorre insistere agendo sui comportamenti, sulle procedure, sulla trasparenza dell’attività amministrativa al fine di prevenire e/o limitare la probabilità che si realizzino gli eventi corruttivi descritti”.

Un’analisi lucida e razionale che imporrebbe provvedimenti conseguenti, ma, si sa, un cuore che gronda sangue ha le sue ragioni e, nonostante Pascal la pensasse diversamente, la ragione le conosce benissimo.