PONTE DI LEGNO – Qualcosa si è incrinato. In questo agosto stravolto dalla fitta agenda politica, Umberto Bossi sta ritardando l’inizio del suo soggiorno a Ponte Di Legno, località della Valcamonica che da anni è la capitale estiva della Padania. All’hotel Mirella, dove ha sempre alloggiato, non lo hanno visto né sentito e la recepiton liquida la questione con poche parole: “Non ci è stato detto proprio niente, mi spiace ma non possiamo aiutarla”.

Atteso per la sera del 13 agosto, quando doveva arrivare al termine del comizio al Monte Baldo (nei pressi di Avio) è rimasto in provincia di Trento per poi tornare nella sua Gemonio. A Ponte di Legno l’onorevole leghista Davide Caparini non si sbilancia sul ritardo del Capo e la butta in meteorologia: “Oggi c’e il sole! Scherzi a parte, ci ha fatto sapere di avere un impegno a Milano, arriverà sicuramente domani per il comizio”. Ma sono in tanti quelli attribuiscono il cambio di programma proprio ai profondi dissensi interni al partito, che vedono il clan Caparini schierato sul fronte più esposto alle ire del Senatur.

Il ritardo del Capo tuttavia sembra non impensierire i militanti più convinti, che alla festa del Carroccio allestita nel palazzetto della cittadina camuna, dissimulano con fierezza: “Ah non c’è? Ma lui è sempre qui in mezzo a noi, probabilmente è già al castello ma non si fa vedere da voi perché non si fida di voi giornalisti. Guarda che per noi Bossi è il padre eterno!”. A parlare è il signor Realini, un camperista arrivato da Varese assieme ad altri amici di Milano, Fidenza e Brescia. Hanno tutti la camicia verde e vivono l’interesse politico come una fede religiosa: “Voi giornalisti dovete imparare a dire la verità – ammoniscono in coro – ormai vi conosciamo, non c’è da fidarsi, anche tutte queste cose che dite sulle liti interne sono tutte balle. La Lega è unita, bisogna solo stare a sentire quello che dice il Capo, il resto non conta”.

Il signor Realini e i suoi compari continuano, come un fiume in piena: “Se la gente sapesse cosa fa la Lega per portare i soldi al nord la voterebbero tutti, causa vostra (i giornalisti, ndr) invece c’è tanta disinformazione. Adesso al Nord arrivano quattro soldi, ma grazie a chi? Grazie al Pd o a Forza Italia? No! grazie alla Lega che son giù tutti i giorni a picchiare e picchiare finché non arrivano i soldi, ma la gente non lo sa…”. E sulla manovra glissano: “Si, ma chi li ha fatti i debiti, mica la Lega, li hanno fatti i comunisti e i democristiani”. I camperisti non sono i soli a vederla in questo modo. Quando ancora il palazzetto è vuoto il signor Madei di Brescia è già in prima fila e anche lui contribuisce a fare quadrato attorno al leader: “Sono uno dei primi iscritti al Sinpa (il sindacato Padano). A giugno mi ha scritto anche Rosy Mauro per farmi gli auguri perché sono andato in pensione” e giustifica il ritardo del Senatur: “Ha sempre molto da fare, in questi giorni con la manovra non è mica facile spostarsi”.

Sarà, ma la sensazione è che la spiegazione più plausibile sia quella del dissidio interno, con parte dei leghisti che iniziano a dare segni di rassegnazione. Basta scambiare quattro chiacchiere con la garanzia dell’anonimato e anche i volontari della festa in maglia verde si sbilanciano: “Un paio di anni così e facciamo la fine degli orsi, o finiamo in padella o moriamo di stenti. Questa manovra è una vera pugnalata al Nord”. Il resto è tutto il solito folklore padano. Dentro al palazzetto è un tripudio di striscioni e manifesti e, oltre ai classici: “Roma ladrona” e “mai mula tegn dur”, c’e anche un: “Bossi, Caparini, Giorgetti: Lombardia Libera”, un modo per mettere nero su bianco la linea scelta dalle sezioni della Valle: mai con il cerchio magico.