E se non fossero solo nove i dissidenti del Pdl che con la loro fronda stanno attentando all’integrità della manovra minacciando emendamenti? E se, soprattutto, questa apparente flottiglia di arditi, pronti – dicono – persino a votare contro il governo se le cose non cambieranno, rappresentasse molto di più, per la maggioranza, di quanto non si possa immaginare? E, in ultimo: ma la Lega, davanti all’evidente liquefazione del Pdl contro Tremonti, ma un po’ anche contro il Cavaliere, quanto potrà resistere sapendo che con la manovra ha certamente eroso un altro bel pezzo di elettorato padano?

Ecco, di certo sono queste alcune delle domande che i maggiorenti del partito del Cavaliere si stanno ponendo sotto l’ombrellone di Ferragosto. E la preoccupazione, non ci sono dubbi, è senza dubbio pesante. I fatti, d’altra parte, non lasciano adito a letture diverse. Questo gruppo, nato sull’onda di un ragionamento prodotto in autonomia da Giorgio Stracquadanio e da Lucio Malan, con Crosetto e la Bertolini che si sono aggiunti subito dopo, è molto di più di una semplice ‘fronda’ interna; è il dissenso che si fa corrente e trascina con sé persone che alla Camera sono numeri importanti, determinanti quando si tratta di tenere in piedi tutta la baracca del governo.

NUMERI ALLA CAMERA – Stracquadanio e Malan hanno pensato che, in tutta coscienza, quella manovra fatta da Tremonti (a loro da sempre poco simpatico) rappresentasse la tomba dal punto di vista del rinnovo del consenso elettorale; lo slogan vincente era stato ‘meno tasse per tutti’ ed ecco che il pavido Tremonti, anziché fare le riforme, aumenta la pressione fiscale. Addio rielezione. Un ragionamento, se si vuole, banale – ‘basic’, si direbbe – capace però di toccare gli spiriti semplici (e molto, ma molto interessati a mantenere i propri privilegi parlamentari anche in futuro) degli attuali deputati pidiellini. Ed è bastato, infatti, far capire l’antifona, che le fila dei complottardi si sono subito ingrossate. Si dice che, ai primi di settembre, nel gruppo arriveranno anche alcuni uomini di Forza Sud, l’anima sudista capitanata da Miccichè. E che il potentissimo Antonio Martino, che ha un po’ messo cappello sull’iniziativa, miri a trasformare la dissidenza in corrente vera all’interno del partito, nonostante la contrarietà netta di Alfano. Un guaio grosso per il Cavaliere e per il governo tutto; la tenuta della maggioranza è a rischio, i numeri della Camera – a questo punto – non più certi e la paura di arrivare ad approvare la manovra sul filo del rasoio, rischiando persino qualcosa in più, ha spinto l’altro giorno Fabrizio Cicchitto a parlare ufficialmente di “bisogno del sostegno centrista” per il via libera definitiva alla manovra.

FIDUCIA QUASI INEVITABILE – Ma c’è un’altra, pesantissima incognita; gli emendamenti. La manovra, come si sa, comincerà il suo iter parlamentare il 22 agosto in commissione al Senato. Il suo ingresso nell’aula di palazzo Madama è previsto per il 6 settembre, approvazione probabile entro il 9 settembre. Poi passerà in commissione alla Camera. In questa fase potrebbe arrivare l’offensiva degli emendamenti del gruppo dei dissidenti, ma anche di parte della Lega. Se la manovra verrà cambiata alla Camera dovrà tornare nuovamente al Senato per un’ulteriore, ultima lettura. I tempi si allungherebbero terribilmente al punto di far arrivare fino a fine novembre la possibilità dell’approvazione definitiva. Il decreto deve essere convertito in legge entro 60 giorni, pena la decandenza, e sull’onda di questa urgenza il governo non avrebbe altra possibilità che mettere la fiducia alla Camera, blindando la manovra in modo da evitare qualsiasi blitz. C’è chi sostiene che, nonostante le assicurazioni di facciata, Berlusconi abbia già messo in conto di porre la fiducia, forte del fatto che nessuna forza politica, nè la fronda nella maggioranza, né le opposizioni, né tantomeno gli alleati leghisti si prenderebbero la responsabilità di far cadere il governo ma, soprattutto, di mandare l’Italia a rotoli non approvando la manovra.

Può darsi anche se sia davvero così. Che, alla fine, il senso di responsabilità prevalga in tutti. Ma è certo che, in caso di strappo con la fiducia, dopo il governo non sarebbe in grado di fare alcunchè, dilaniato sul fronte interno e contestato pesantemente all’esterno, come i sindacati hanno annunciato dopo aver letto con attenzione le nuove norme sul lavoro previste dal ministro Sacconi. Per non parlare, poi, di quello che si preannuncia, in questo clima, il voto sulla richiesta di arresto del braccio destro del ministro Tremonti, Marco Milanese. Dicono che in un clima da veri ultimi giorni di Pompei, Milanese potrebbe anche togliersi più di un sassolino dalle scarpe, mettendo poi Tremonti in condizioni di dimettersi. Insomma, par di capire che la sopravvivenza del governo si gioca tutta nelle prime settimane d’autunno. E forse non è un caso che più di qualcuno già parla di elezioni politiche per la primavera 2012.