Sin dalla sua diffusione come fenomeno globale di massa, la Rete internet è stata vista come un fattore di democratizzazione. L’accessibilità indistinta alla piazza virtuale, e la possibilità di esercitare una comunicazione immediata nel duplice senso (cioè da intendersi come istantanea e non mediata), furono accolte come elementi di espansione del grado di libertà personale e collettiva. E tali si sono dimostrate, alla prova dei fatti e al netto delle inevitabili conseguenze indesiderate.

Di ciò sono testimonianza soprattutto le perigliose sorti che internet ha dovuto scontare nei paesi governati da regimi autoritari: dove, al tempo medesimo, essa è stata oggetto di restrizione da parte dei servizi di sicurezza nazionali e elevata a elemento d’aggregazione per le istanze d’emancipazione dei popoli. Effetto, quest’ultimo, raggiunto nei tempi più recenti grazie all’utilizzo di social network quali Facebook e Twitter. È stato anche in conseguenza di circostanze come queste che la rete e i suoi network di comunicazione sono stati indicati come un’espressione delle libertà occidentali nel confronto con altre aree culturali e geopolitiche del pianeta.

Ebbene, in questi giorni il ruolo dei network viene messo in discussione proprio all’interno di due dei paesi indicati come portabandiera delle libertà occidentali. In Inghilterra, una delle misure d’emergenza alle quali il governo guidato da David Cameron sta lavorando consisterebbe proprio nel controllo dei social network e nel loro eventuale blocco. Ma ancor più densa di significati mi sembra la notizia appresa leggendo un articolo del settimanale francese L’Express, relativo al divieto d’uso di Facebook in carcere posto dallo stato della California.

A motivarlo sarebbero ragioni di sicurezza. Che certo sussisteranno. E tuttavia, un divieto del genere ha tutta l’aria d’essere un’afflizione collaterale alla pena. Nel caso della popolazione carceraria – e considerando le eccezioni riguardanti un uso del mezzo che comporti la prosecuzione in carcere di condotte illegali – l’uso di Facebook e di qualunque altro social network garantisce il mantenimento di un legame col mondo di fuori.  Un modo per rendere più umani il luogo e il periodo di detenzione, e il tutto con costi quasi nulli. Davvero la reclusione delle persone deve essere anche reclusione delle parole?