Le parole e i comportamenti di molti politici italiani sembrano indicare che siamo di fronte a una casta che ha perso il senso della vergogna. Non solo compie azioni che violano i più evidenti principi di decoro morale, ma lo fa anche senza alcuna sofferenza o imbarazzo.
Fra i tanti esempi, basta pensare al presidente della Regione Lazio, la sig.ra Polverini, che si permette di rispondere “io sono io” al giornalista del Fatto Quotidiano Carlo Tecce che, come era suo dovere, le chiedeva spiegazioni sull’uso di un elicottero della Protezione civile per intervenire in un’evidente situazione d’emergenza come la sagra del peperoncino di Rieti.
Le sue parole rivelano una tale tracotanza che tanto valeva rifilasse uno schiaffo al bravo giornalista. Schiaffo poi puntualmente promesso da un suo sodale: “Vada via, cretino, altrimenti la prendo a schiaffi. Non ha capito? Le do uno schiaffo”.
Sarebbe bello poter credere che la sfrontatezza sia privilegio dei servi di Berlusconi. È del resto fin troppo noto che l’arroganza verbale e fisica sono un carattere tipico degli animi servili. Purtroppo non è così. La buona vergogna che impedisce di offendere la dignità delle persone pare essersi illanguidita anche fra gli avversari della corte. Ne è prova il comportamento del presidente Massimo D’Alema che pochi giorni or sono ha rivolto a Luca Telese, nel Transatlantico di Montecitorio, queste parole: “Voi de Il Fatto siete tecnicamente fascisti…”. Poi, racconta Telese, “si toglie gli occhiali da presbite, li infila nel taschino con un gesto ampio del braccio, mi dice con tono di sfida: ‘Sa, quando ero ragazzo, di solito, dopo che facevo questo gesto, l’interlocutore che si trovava al posto dove lei è ora, poco dopo si ritrovava con il naso sanguinante’”.
Segni ancora più eloquenti della fine della vergogna è l’uso spudorato della menzogna. La menzione d’obbligo è qui per l’avvocato Maurizio Paniz che non ha tradito il benché minimo imbarazzo a dichiarare al Senato che B. telefonò in questura “non per esercitare pressioni” ma “nella convinzione che Ruby fosse nipote di un capo di Stato” e che “il premier credeva che Ruby fosse la nipote di Mubarak. Io so perfettamente che una decina, quindicina di giorni prima della telefonata alla Questura di Milano del 27 maggio, Berlusconi ha incontrato Mubarak con altre personalità. E in quell’occasione ha scherzato sulla vicenda di Ruby. Dunque, pensava davvero che Ruby fosse una parente. Ci sono le deposizioni di ministri che erano presenti, quella dell’interprete, di uomini dello staff. Lo dicono le carte”. Ammettiamo che il parlamentare fosse in buona fede: non avrebbe dovuto vergognarsi di dire una cretinata simile e pretendere di essere preso sul serio?
Probabilmente i giovani faranno fatica a crederci, ma la nostra storia offre molti esempi di politici e di intellettuali che sentivano fortissimo il sentimento della vergogna. Quando la madre di Sandro Pertini presentò al Duce domanda di grazia per il figlio trasferito nel 1932 presso il Sanatorio giudiziario di Pianosa, le scrisse una lettera che non ha bisogno di commento: “Perché mamma, perché? Qui nella mia cella di nascosto, ho pianto lacrime di amarezza e di vergogna, quale smarrimento ti ha sorpresa, perché tu abbia potuto compiere un simile atto di debolezza? E mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà. Tu che mi hai sempre compreso, che tanto andavi orgogliosa di me, hai potuto pensare questo? Ma, dunque, ti sei improvvisamente così allontanata da me, da non intendere più l’amore, che io sento per la mia idea?”.
Norberto Bobbio, negli ultimi anni della sua vita, rivelò in un’intervista a un giornalista di destra che il suo comportamento nei confronti del fascismo era stato la grande vergogna della sua vita: “Mi chiede dunque perché fino a oggi non abbiamo parlato del nostro fascismo? Ebbene perché ce ne ver-go-gna-va-mo. Ero, come posso dirlo?, come posso dirlo senza mascherarmi nell’indulgenza con me stesso?, ero immerso nella doppiezza, perché era comodo fare così. Fare il fascista tra i fascisti e l’antifascista con gli antifascisti (…) è stata una catastrofe tale che alla fine noi abbiamo dimenticato, anzi abbiamo rimosso. L’abbiamo rimosso perché ce ne ver-go -gna-va-mo. Ce ne ver-go-gna-va-mo. (…) Mi vergognavo prima di tutto di fronte al me stesso di dopo, e poi davanti a chi faceva otto anni di prigione, mi vergognavo di fronte a quelli che diversamente da me non se l’erano cavata”.
Si sarebbe tentati di pensare che la ragione principale dell’affievolirsi della vergogna nella casta italiana è il loro sentimento di onnipotenza. Ritengono che a loro tutto sia lecito.
Sanno che le parole più offensive e i comportamenti più immorali saranno giudicati benevolmente dal loro capo, dai loro sodali e dall’opinione pubblica che li vota. Si sentono profondamente diversi, più grandi e più in alto rispetto ai milioni di cittadini che non agirebbero mai come loro perché sono frenati dalla buona vergogna. E nella loro ammirevole generosità ci hanno regalato anche un altro tipo di vergogna, quella di essere italiani e di dover rispondere infinite volte alla domanda “ma come avete fatto a ridurvi così?”.
Il Fatto Quotidiano, 11 agosto 2011














