Capire cosa succede in Inghilterra ora è difficilissimo. Per tre motivi. Il primo è che i fatti avvengono tumultuosamente e nuovi scenari si aprono, a volte cambiando il quadro dalla mattina alla sera. Il secondo è che interpretare quello che abbiamo sotto gli occhi è un esercizio complicato. Che si chiama giornalismo, appunto. Il terzo, e non ultimo, è che parlare del proprio Paese è difficile, ma analizzare un altro è difficilissimo. Ed è bello per questo.

In poco più di 24 ore, sul blog FQ Londra ho letto un flusso continuo e straordinario di opinioni di gente che ha visto con propri occhi cosa succede in Inghilterra. Le loro testimonianze non sono garanzia di verità né di corretta interpretazione di quanto accade. Non ci vuole un epistemologo per capirlo. Ma è essenziale prendere in considerazione le loro opinioni, se si vuole fare vera informazione.

Il Fatto lo sta facendo. Diversamente da altri quotidiani italiani, Il Fatto non ha paura di ascoltare opinione dei lettori, né eventualmente di contraddirle, se lo ritiene opportuno. E soprattutto non ha paura del dibattito. Un motivo di orgoglio in più, in un panorama informativo spesso anestetizzato.

Quanto a me, che vivo a Londra dal gennaio 2009, e considero la capitale inglese la mia seconda città, quello che penso credo di averlo espresso già nei post precedenti. Imperfettamente, tumultuosamente. Probabilmente o quasi certamente sbagliando.

Ma con molta onestà intellettuale, che spero mi sia riconosciuta. E magari anche un po’ di coraggio.

Non concludo. Allego solo un video, ormai divenuto popolarissimo, dove una donna nera nel quartiere di Hacney, esorta spontaneamente i ragazzi della rivolta a non usare la violenza, ad essere concreti, e a combattere, sì, ma per una causa, una fottuta causa. E – se interpreto bene il senso del suo sfogo – a costruire piuttosto che distruggere, quella giustizia sociale che tutte le persone civili e democratiche desiderano.

PS: questo che leggerete è solo un post del blog – lo spazio che il Fatto Quotidiano mi ha concesso e su cui mi onoro di scrivere. Quello che segue non è un articolo di quelli che da oltre due anni firmo sulle pagine del Fatto, quelle che seguono sono solo opinioni personali