Pare un politico accorto, Sarah Palin da Anchorage: si dosa, si misura, centellina le uscite. Ha un capo staff di provata fiducia: suo marito Todd (due dei suoi cinque figli si chiamano Trig e Track. No comment) ed ha uno star system vasto e capillare, inimmaginabile se si pensa che in realtà è fondato sul ‘vorrei-non-vorrei-ma-se-proprio-ci-tenete’. Illuminante, a tal proposito, una sua recente dichiarazione: “Io credo di poter vincere un’elezione nazionale”. Lontana anni luce dal “We can” obamiano.

Si muove in uno stato di perpetua indecisione, tra il (dire di) lanciarsi ‘anema e core’ nell’agone per le prossime presidenziali e il rimanere defilata (ma non troppo) per costruirsi (o difendere) una personalità inattaccabile dai media, con i quali gioca al gatto&topo.

Tranne che con FoxNews, la corporation di Murdoch, dal quale viene regolarmente pagata come opinionista freelance di spessore. Ciò le torna utile per tenere alto il suo profilo, a metà tra il politico sdegnoso e la casalinga attenta ai veri valori della vita di una donna, cioè cucina e caccia al cervo.

Se neanche negli Usa hanno davvero capito chi è e cosa vuole fare da grande la Palin, figuriamoci noi europei, che assistiamo a queste trasformazioni della politica americana agita (e agitata): da un lato l’understatement chic degli Obama, dall’altro l’esibizionismo smodato di un Wiener (quello che ha postato su twitter le foto delle sue intimità), ma anche la rabbia bigotta (seppur molto ben vestita) di Michelle Bachmann e l’ottusità infettiva dei TeaParties. La Palin ha fatto dell’indeterminatezza una nuova virtù politica: non scendo in campo per tenermi onesta. Il pensiero corre subito a qualcuno che in Italia è sceso in campo per continuare mantenersi disonesto…

Alla Palin hanno dedicato pure un docu-film, “L’imbattuta” (grazie tanto, non ha mai gareggiato per davvero!), la cui premiére si è tenuta nello stato contadino dello Iowa, a Pella, circa tre settimane fa. Il regista-produttore, Steve Bannon, è un suo fan ed ha avuto pure il candore di definire la Palin un personaggio mcluhaniano, per la sua caratteristica di invadere i media con il … niente, ma di farlo con ardore&passione, quasi da invasata. Quasi a crederci veramente nel nulla che promette.

La sarahpalinizzazione è una deriva della politica 3.0 che riempie il tempo e l’etere con microblogging: nessun programma politico organico, ma abbondanza di slogan, annunci, proclami, denunce antipolitiche e anticasta, fatta di “ah, se ci fossi io al posto loro…” e continui aizzamenti delle platee. Sì, ma per far cosa, di grazia?

Negli Usa i suoi adoratori vengono chiamati Palinistas e sono un’evoluzione collaterale dei TeaParties, troppo ‘grezzi’ per coloro che preferiscono l’elusività furbetta della Palin, la quale è divenuta abile nel ritirarsi sempre al momento giusto per non subire cocenti sconfitte. La sua attività principale è criticare ferocemente gli errori degli altri (un po’ come i commentatori di calcio al bar dello sport: tutti potenziali cittì), evitando di mettersi alla prova ed apparendo come una vittima del feroce ‘sistema’ politico. Comodo.

Sarah si agita, si muove da outsider, proclama virtù domestiche (le figlie però le danno qualche grattacapo), conosce i prezzi degli hamburger negli autogrill e afferma che avrebbe impedito l’accordo fatto da Obama con i Repubblicani sul debito pubblico. L’avrebbe impedito, se solo ne avesse avuto il potere… siamo alle solite: “vorrei-ma-non-posso”.

Il più onesto sentimento verso l’ambiguità indecifrabile della Palin è contenuto in una Lettera al Direttore del Nw (Tina Brown). Si legge: “S.P. avrebbe un piano per salvare l’America ma potrebbe non candidarsi? E per attirare l’attenzione sulla sua probabile candidatura, si fa fotografare petto-in-fuori con un’anonima felpa addosso? La Bachmann, almeno, si veste meglio.

di Marika Borrelli