Un rimbalzo effimero, tutto condizionato dalla volatilità che è tornata a farla da padrone sui mercati finanziari in una logica che nulla ha a che fare con l’economia reale. Dopo sette sedute consecutive in forte ribasso, le Borse europee e Wall Street sono riuscite a chiudere con un segno positivo grazie all’iniezione di “droga” liquidità da parte della Fed. La Banca centrale Usa ha deciso di lasciare invariati i tassi di interesse (tra lo 0 e lo 0,25%) ed ha sottolineato che è pronta a mettere in campo strumenti eccezionali e lasciare i tassi invariati praticamente a livello zero sino al 2013. Un annuncio senza precedenti che ha portato tre membri del board a non sottoscrivere il comunicato che sottolinea comunque che l’economia Usa va più lentamente di quanto previsto dalla stessa Fed.

Nessun annuncio, almeno per ora, sul quantitative easing 3, cioè una terza tranche di acquisto di titoli del Tesoro americano per immettere liquidità sui mercati. La “droga” liquidità a bassissimo costo ha così permesso a Wall Street di chiudere con il Dow Jones in rialzo del 3,91% a 11.235,11 punti, il Nasdaq dei titoli tecnologici a +5,32% a 2.483,81 punti e lo S&P 500 (l’indice dei 500 maggiori titoli della borsa americana) con un progresso del 4,75% a 1.172,68 punti. Un segnale positivo è arrivato dal blocco della flessione del petrolio che dopo aver perso quasi il 20% dai massimi toccando i 75 dollari al barile, è risalito sino a quota 81 dollari.

L’attesa per la Fed aveva invece rilanciato positivamente le borse europee. L’indice Stxe 600, che fotografa l’andamento dei principali titoli quotati sui listini del Vecchio continente, aveva chiuso in rialzo di quasi un punto percentuale e mezzo. Dopo Stoccolma (+3,6%) la piazza migliore ieri è stata in Europa Londra (+1,89%) seguita da Parigi (+1,63%) e Amsterdam (+1,3%). In fondo alla classifica dei più Milano, con un risicato 0,54%, davanti comunque a Madrid (-0,36%) e Francoforte (-0,10%). A Piazza Affari scambi molto consistenti, inusitati per una seduta agostana, pari a 4,43 miliardi di euro di controvalore. Nella sola ultima ora della seduta, dalle 16.30 in poi, sono passati di mano pezzi per un controvalore di poco inferiore al miliardo, il che può contribuire a spiegare la repentina virata degli indici a fine giornata. Sul fronte del debito pubblico italiano l’azione della Bce è proseguita con l’acquisto di Btp italiani e Bonos spagnoli facendo retrocedere ulteriormente lo spread con i Bund tedesco: alla fine della giornata di ieri il differenziale era di 281,3 mentre i Bonos spagnoli hanno terminato a quota 271,6 punti. Bene anche l’asta di titoli ellenici: la Grecia ha collocato titoli di Stato a sei mesi per 812,5 milioni di euro, con un rendimento in lieve calo al 4,85% dal 4,90% dell’asta di luglio, e una domanda superiore di 3,06 volte l’offerta di 3,06. Molto più tranquilla si preannuncia, quindi, anche l’asta dei Bot a 1 anno da 6,5 miliardi di euro che si tiene oggi.

Gli operatori prevedono comunque un calo delle cedole anche perché la precedente asta, il 12 luglio, era caduta in un momento delicato. In quell’occasione i rendimenti erano schizzati al 3,67% dal 2,147% precedente arrivando ai massimi dal 2008, un balzo che, secondo gli esperti, dovrebbe essere in larga parte riassorbito nell’asta di oggi. Il rischio debito misurato dai credit default swaps (cds) sulla Germania supera quello della Gran Bretagna per la prima volta dal 2008. Il costo per assicurare i titoli di Stato tedeschi contro un default è salito a 83 punti, superando di 2 punti i cds sui titoli britannici. Non è quindi un caso che proprio ieri sia la Bce sia il governo tedesco siano tornati alla carica per chiedere atti concreti a Italia e Spagna e stress test per i membri dell’area dell’euro per misurare la loro competitività e per rassicurare i mercati nel lungo termine. Un aiuto al rimbalzo dei mercati è arrivato anche dalla presa di posizione della Commissione Europea che ieri ha sottolineato che «non si può concludere da quanto avvenuto negli ultimi giorni che stiamo entrando in un tipo o in un altro di recessione. Ci sono segni di ripresa negli Stati membri», ha sottolineato il portavoce Ue Olivier Bailly aggiungendo che è comunque «troppo presto» per dire cosa stia succedendo in quanto «si tratta di evoluzioni tuttora in corso».

Ma dell’economia reale poco, o nessuno, si interessa. Basta rileggere quello che è accaduto con i piani di Obama a sostegno delle banche, in assoluta continuità con quanto fatto dall’ex segretario al Tesoro Paulson. Secondo l’analisi della Fed per ogni dollaro iniettato nell’economia gli istituti di credito statunitensi ne hanno erogato alle imprese al massimo 90 centesimi. La verità è che sinora i governi non hanno messo le mani alla crisi di un sistema capitalistico basato sull’era del carbonio e sulla dissipazione, economica e ambientale, delle risorse petrolifere. Come sottolineato da Jean Paul Fitoussi l’Europa ha bisogno di stoppare le politiche di austerity per mettere in campo idee e strumenti per la crescita che, diversamente dal passato, dovrà essere caratterizzata dal risparmio e dall’efficienza.

di Andrea Di Stefano – direttore di Valori