Lunedì nerissimo per Wall Street che boccia senza appello Obama in crisi di credibilità dopo il downgrade di S&P contestato con veemenza dalla Casa Bianca e dal Tesoro. Alla fine di una giornata drammatica il Dow Jones ha lasciato sul terreno il 5,49% a 10.816,36 punti, il Nasdaq (la borsa dei titoli tecnologici) ha ceduto il 6,90% a 2.357,69 punti mentre lo S&P 500 che registra l’andamento delle principali società quotate, ha lasciato sul terreno il 6,63%. Non accadeva dalla crisi di Lehman Brothers a conferma che i mercati temono quella che ritengono a tutti gli effetti una recessione alle porte. Lo dimostra il crollo delle quotazioni del petrolio (-6,3% a 81,39 dollari al barile), un indicatore drammaticamente reale delle condizioni di salute dell’economia occidentale che soffre di una dipendenza cronica e pericolosa dal greggio. Il verdetto è stato inesorabile e soprattutto assolutamente globale: da Tokyo ad Atene, da Milano a Madrid, da Londra a San Paolo del Brasile tutte le piazze borsistiche sulla scia di Wall Street, hanno accusato flessioni tra il 2 e l’8% mentre l’oro segnava un nuovo record storico a 1.700 dollari l’oncia.

A nulla è servito un intervento straordinario a metà seduta di Wall Street del presidente Obama che ha ribadito che gli Stati Uniti rimarranno sempre un paese da tripla A e che non si fanno certo intimidire da un agenzia di rating: l’indice dopo le parole di Obama, che ha evocato la necessità di un accordo tra i partiti del Congresso e ribadito che la priorità è il sostegno a chi è senza lavoro, ha ampliato le perdite sfondando la soglia psicologica degli 11.000 punti e portando la flessione oltre il 5%. Per il Vecchio Continente è stato il settimo calo consecutivo costato altri 197 miliardi di capitalizzazione: tra le flessioni peggiori Atene (-5,84%), Francoforte (-5,02%) e Parigi (-4,68%) ma non c’è una sola piazza che non abbia il segno meno. Dopo le maglie nere figurano così Stoccoloma a -4,82%, Dublino a -4,42%, Amsterdam -4,38% , Londra -3,39%, Madrid a -2,44% e Milano che con il suo – 2,35% è risultata la piazza borsistica meno pesante.

A livello settoriale cadono gli automobilistici con il report negativo di Bofa Merril Lynch sul mercato europeo e nordamericano dell’auto e dei veicoli industriali. Le vendite hanno così piegato tutte le società del comparto automotive: Pirelli (-10,3%), Valeo (-10%), Porsche (-9,7%), Fiat (9,6%). Sotto pressione sono finite anche le materie prime (-6,33%) con le vendite su Arcelormittal (-9,6%), Vedanta (-9,3%), Tenaris (-7,8%). Dal rosso non si salvano neanche i tecnologici (-5,9%) con le perdite di Alcatel-Lucent (-9,7%), Logitech (-8,6%), Infineon (-8,2%). La giornata era iniziata male con le piazze orientali, poi ha registrato un breve intervallo positivo (soprattutto a Milano) per ripiombare nel rosso con l’apertura molto negativa di Wall Street che ha fatto cadere tutte le piazze mondiali estendendo i crolli a Mosca (-8%) e facendo aprire San Paolo in flessione del 4,5% per chiudere poi a -8,08%.

Sul mercato dei titoli di stato invece la Banca centrale europea e le banche centrali nazionali dell’Eurosistema hanno dato immediatamente esecuzione agli acquisti che complessivamente sarebbero stati tra due e cinque miliardi di titoli di Stato italiani e spagnoli. La stima è di Ciaran ÒHagan, analista responsabile di Societè Generale che valuta che le banche centrali dovrebbero aver comprato fino a quattro miliardi di titoli italiani (su un ammontare di debito sul mercato pari a oltre 1.100 miliardi) e circa 1,5 miliardi di carta spagnola (su un totale quotato di 466 miliardi). Secondo l’analista i titoli governativi di Italia e Spagna sono in “rianimazione” e le banche centrali dell’area euro avranno bisogno di continuare a comprare sul mercato “per mesi”. L’effetto sugli spread è stato immediato e consistente visto che il differenziale è sceso dal record di 416 di venerdì sotto i 300 per stabilizzarsi a 302. Il dato negativo è comunque quello che il rischio italiano è rimasto alla fine superiore, anche se di poco, rispetto alla Spagna (289,4 punti).

L’abbassamento del rating degli Stati Uniti da parte di S&P è stata sola la miccia per un sistema finanziario che teme una seconda recessione che, come sottolinea il New York Times, sarebbe “più dolorosa” di quella del 2008: secondo gli analisti l’economia è più debole di quando è entrata in recessione nel 2007 e il terreno perso non è stato recuperato, anche se la ripresa è iniziata tecnicamente nel giugno 2009. Ieri si sono susseguiti i segnali che consolidano la convinzione dei mercati borsistici: la Banca di Francia ha confermato una stima di crescita del Pil di Parigi dello 0,2% nel terzo trimestre di quest’anno e anche il superindice dell’Ocse, l’indice che misura le prospettive economiche dell’area, ha registrato a giugno un calo dello 0,3% rispetto al mese precedente (-0,2% a maggio). I dati, sottolinea in una nota l’Ocse, “confermano il rallentamento dell’attività economica nella maggior parte dei paesi dell’area”. Nell’area dell’euro il superindice segna un calo dello 0,6% a giugno e dell’1,5% rispetto ad un anno fa. Nei paesi del G7 si registra un calo dello 0,6% rispetto a maggio e una progressione dell’1,2% rispetto a giugno 2010. In Italia il superindice dell’Ocse segna un calo dello 0,7% rispetto a maggio e del 3,1% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. In Francia si registra rispettivamente un calo dello 0,6% e dell’1,8%, in Germania dello 0,6% dell’1,3% e nel Regno Unito dello 0,3% e dell’1,8%. Negli Usa si registra un calo dello 0,1% rispetto al mese di maggio e una progressione del 2,8% rispetto a giugno 2010.

Di fronte al rischio di un rallentamento che possa trasformarsi in una vera e propria recessione le carte nelle mani dei banchieri centrali sono oramai spuntate. Ben Bernanke tenterà nuovamente di riacquistare Bond statunitensi come ha fatto già due volte con il quantitative easing da centinaia di miliardi e potrebbe anche decidere un taglio a sorpresa del tasso ufficiale di sconto ma il rischio è che si determini quella trappola della liquidità più volte evocata come spauracchio da molti economisti. Come vanno predicando, per ora inutilmente, da Stiglitz a Krugman, la risposta alla crisi non va cercata nel rigore dei conti a ogni costo ma nello stimolo all’economia per favorire l’accelerazione verso quelle trasformazioni epocali delle quali l’Occidente ha urgente bisogno (risparmio energetico, rinnovabili, nuove forme di assistenza e salute solo per fare qualche esempio).

di Andrea Di Stefano