“Buone notizie”, “fiducia”, “speranza”. Sono le parole risuonate più volte nel discorso con cui Barack Obama ha reagito al declassamento del debito statunitense da parte di Standard & Poor’s e alle nuove incertezze di Wall Street e dei mercati mondiali. E’ stato un discorso fermo, orgoglioso, in alcuni casi persino risentito, in cui il presidente americano ha usato toni sprezzanti verso l’agenzia di rating responsabile del downgrade (“non abbiamo bisogno di S&P per accorgerci di avere dei problemi”), e non ha risparmiato frecciate agli avversari repubblicani. Il fine ultimo dell’intervento è stato quello di rassicurare, spronare, comunicare fiducia nella possibilità degli Stati Uniti di superare il momento e tornare a guidare l’economia modiale. Ma quando Obama ha finito di parlare, Wall Street ha accentua le perdite fino alla chiusura con il Dow Jones a -5,5% e il Nasdaq a -6,9%.

“Il credito degli Stati Uniti è forte, fortissimo”, ha detto il presidente Usa, che ha citato il magnate e finanziere Warren Buffet, secondo cui “se ci fosse una quadrupla A, gli Stati Uniti la meriterebbero”. “Siamo e siamo sempre stati un Paese da tripla A”, ha spiegato orgogliosamente Obama, aggiungendo che il declassamento da parte di Standard & Poor’s è avvenuto per i dubbi circa “la capacità del sistema politico di agire”, e non a seguito di timori sulla forza economica e finanziaria americana. E’ stato qui che il presidente ha criticato “coloro che con le loro resistenze hanno spinto a negoziati estenuanti”. Un riferimento nemmeno troppo velato all’ala del Partito repubblicano più vicina al Tea Party, che per settimane ha resistito a qualsiasi offerta di accordo (del resto, poche ore prima del discorso di Obama, David Axelrod, tra i consiglieri più ascoltati della Casa Bianca, addossava proprio al Tea Party la responsabilità del declassamento del debito americano).

Dopo la fase dell’attacco, è venuta quella della proposta. “Il nostro problema è ridurre il debito sul lungo periodo”, ha detto Obama, rivendicando l’accordo della settimana scorsa con i repubblicani, ma aggiungendo che tutte le parti devono fare di più. Se la Commissione bipartisan (sei democratici e sei repubblicani) inizierà il lavoro nelle prossime settimane per identificare 1.500 miliardi di tagli alla spesa, Obama non ha mancato di rilanciare due proposte su cui nei mesi scorsi ha insistito di più: “Riforma del sistema fiscale, con fine dei privilegi fiscali per i più ricchi. E moderati aggiustamenti alla spesa sanitaria, soprattutto al Medicare”. Proposte su cui in Commissione, con ogni probabilità, si aprirà una battaglia furibonda, vista l’opposizione dei repubblicani a qualsiasi piano che preveda un rialzo delle tasse.

Obama ha però colto l’occasione del discorso (fissato all’ultimo momento, segno delle incertezze e delle difficoltà che segnano in questo momento l’amministrazione) per affrontare il tema del lavoro e venire così incontro alle richieste della base democratica e dell’ala liberal del suo partito, insofferenti per la gestione tutta “finanziaria della crisi”. Esenzione dalle cosiddette payroll taxes versate dai dipendenti e rinnovo dei sussidi di disoccupazione dovrebbero servire a far arrivare più denaro nelle tasche degli americani, stimolando consumi e crescita economica. La ripresa delle grandi opere – strade, ponti, aeroporti –, finanziate dal governo federale, dovrebbe stimolare l’occupazione e ridare fiducia nella capacità di ripresa dell’economia Usa.

Oltre alle dichiarazioni di facciata (tutta l’ultima parte del discorso di Obama è stata punteggiata dalla rivendicazione orgogliosa della capacità degli americani di “farcela”), l’occupazione resta il vero scoglio politico per Obama. Con un tasso di senza lavoro molto alto (il 9,1% della forza-lavoro, che diventa però il 16% se si considerano i lavoratori part-time e quelli che hanno smesso di cercare lavoro), la capacità stessa di rilanciare fiducia e investimenti dipende dalla possibilità di riassorbire l’immensa fetta di americani ormai espulsi dai processi produttivi.