VascoPerché la vita è un brivido che vola via / è tutt’un equilibrio sopra la follia.” Selezionare il verso più bello fra quelli scritti da Vasco Rossi è una delle operazioni più difficili, soggettive e forse inutili che si possano fare. Dai polpastrelli di questo cantautore sono usciti alcuni fra i testi più amati dalla cultura popolare di una nazione, e ci sarà sempre un cultore capace di proporti uno o dieci suoi versi alternativi in grado di convincerti del fatto che quello che avevi scelto non è poi il migliore dell’artista di Zocca.

Eppure, senza starci a pensare su, per me il verso più bello di Vasco Rossi è proprio quello incluso in Sally, contenuto nell’album Nessun pericolo… per te del 1996. I motivi sono strettamente personali: in poche parole dice tutto, riassume una filosofia piccola, a uso quotidiano, sul genere Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Ciascuno di noi, passata una certa personale soglia, in fondo sa che la vita è relativamente breve e che al massimo si può accorciare violentemente per fatalità, malattia o scelta. Se per imparare a camminare ci mettiamo, dalla nascita, circa tre anni, per imparare a camminare dritti, in equilibrio fra le tante prove che vivere comporta, spesso non basta il percorso intero. Ecco dunque che in un afoso pomeriggio d’agosto veniamo a sapere, da lui stesso, che Vasco Rossi soffre di ‘male di vivere’ e che da anni sopravvive grazie a un cocktail di psicofarmaci e di medici che lo seguono.

Sì, certo, la depressione è una malattia al pari di tutte le altre: le persone non scelgono di cosa ammalarsi, cadono ammalate e basta. E non è certo la prima volta che una grande star dello spettacolo ammette di essere entrato in depressione; anzi, è quasi un passaggio obbligato di moltissime biografie di artisti e personaggi famosi, da Vincent van Gogh a Beethoven, da Marilyn Monroe a Buzz Aldrin, dalla first lady Betty Ford alla principessa Diana. Il mondo della musica, poi, ha spesso sacrificato sull’altare della depressione alcuni dei migliori talenti del pianeta Terra: Kurt Cobain, Mia Martini, Ian Curtis, solo per citare i primi tre nomi che mi rimbalzano in mente. È una considerazione banale che il raggiungimento del successo, della fama, del riconoscimento internazionale spesso non sono in grado – da soli o insieme – a riparare alcune personalità dalle tinte lugubri di quel male oscuro messo in letteratura da Giuseppe Berto.

Eppure è più forte di me, non riesco a capacitarmi: il “Komandante” non può essere depresso e del resto l’etichetta non piace nemmeno a lui, che dopo aver dichiarato la condizione, ritratta: “il mio è male di vivere, non depressione“. Lui, che ha saputo scavarsi a mani nude un pertugio contro l’Italia perbenista e proibizionista e l’intero sistema dello showbiz, per poi squinternarlo dal di dentro e rovesciarlo come fosse un calzino sporco. Lui, che dal 1980 non sbaglia un album.

Lui, che si è giustamente definito “un provoca(u)tore”. Lui, che ha cantato i magoni, le emozioni e le gioie di almeno tre generazioni di italiani. Lui, che ha vissuto in modo spericolato ed è andato al massimo, vita sregolata e poi età di mezzo più saggia. Lui, il cantore di inni come Siamo solo noi. Lui, il rocker di provincia che è stato il modello e il sogno di ragazzi più fragili e di uomini più duri, oltre che di stadi interi di fan italiani ed europei portati in visibilio a ogni concerto. No, caro Vasco, tu non puoi entrare in depressione.

È al contempo troppo un clichè e troppo fuori posto. Siamo agli opposti estremismi, alle convergenze parallele, al Sole freddo, al ghiaccio bollente, agli ossimori totali. E allora dài, forza Blasco, cazzarola, reagisci, cùrati, àmati! Continua, perché la vita è un brivido che vola via / è tutt’un equilibrio sopra la follia.