Un’immagine dice spesso più di mille parole. Da lunedì a giovedì si è tenuta ad Ankara la riunione semestrale del Consiglio militare supremo (Yaş), in cui tradizionalmente i vertici politici e militari decidono nomine, avanzamenti di carriera, iniziative disciplinari; e un’immagine catturata all’inizio dei lavori – Recep Tayyip Erdoğan seduto in beata solitudine “a capotavola”, mentre fino alla volta scorsa era affiancato dal capo di stato maggiore delle forze armate – ha perfettamente illustrato l’avvenuta e ormai praticamente irreversibile subordinazione degli uomini in divisa, come in tutti gli stati occidentali, al governo democraticamente eletto. Una subordinazione avvenuta nei fatti e nelle immagini; e già il vice-premier Bekir Bozdağ ha annunciato giovedì, in un’intervista televisiva, che nella nuova costituzione verrà anche formalizzata: il capo di stato maggiore sarà agli ordini del ministro della Difesa, saranno aboliti i privilegi giurisdizionali.

In questo modo, verrà cancellato l’anomalo ruolo politico delle Forze armate turche (Tsk): che per ben quattro volte – nel 1960, nel 1971, nel 1980, nel 1997 – hanno rovesciato l’esito delle urne con arresti di massa, condanne detentive, torture sistematiche e qualche impiccagione – nel 1997, fortunatamente, sono bastate le minacce.

In effetti, Erdoğan era solo a capotavola perché il capo di stato maggiore non c’era: si era dimesso qualche giorno prima, dopo un braccio di ferro di qualche settimana col governo, insieme ai comandanti delle forze di terra, dell’aria e del mare. Motivi del contendere: da una parte, le inchieste sui piani cospiratoriali e golpisti contro il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) d’ispirazione islamica guidato da Erdoğan, che dal 2008 hanno portato preventivamente in carcere oltre 200 ufficiali; dall’altra, l’ultima parola sulle nomine e le promozioni: anche dei militari coinvolti nelle inchieste Ergenekon e Balyoz. Già nel 2010, in effetti, il premier e il presidente Abdullah Gül si erano tenacemente opposti a nomine che reputavano inopportune: e alla fine avevano prevalso. Per non ripetere la sconfitta del suo predecessore, il capo di stato maggiore Işık Koşaner ha preferito ritirarsi in buon ordine: e lasciar campo libero al governo.

Le nomine sono state decise, approvate da Gül, annunciate: e la vera notizia, sorprendente soprattutto per quei critici di Erdoğan che lo accusano di mire autoritarie à la Putin, è che il premier ha preferito non stravincere ed evitare ulteriori umiliazioni, pericolosi risentimenti, imperativi di rivalsa – anche accettando nomine non molto gradite, rispettose delle linee di successione stabilite dalla prassi. Il nuovo capo di stato maggiore è come previsto Necdet Özel, l’ex comandante della gendarmeria: l’unico a non essersi dimesso insieme agli altri, invece accreditato di posizioni rispettose dei ruoli e della supremazia della legge (anche nella lotta contro il Pkk, in cui è stato a lungo impegnato). Il nuovo comandante delle forze di terra è Hayri Kıvrıkoğlu, balzato alle cronache per uno sgarbo protocollare al presidente turco e a sua moglie velata Hayrünnisa in visita a Cipro: perché non andò ad accoglierli in aeroporto; a guidare marina e aviazione saranno – in modo linearmente scontato, viste le loro carriere – rispettivamente l’ammiraglio Emin Murat Bilgel e il generale Mehmet Erten.

Le scelte più controverse riguardano però i nuovi vertici dell’accademia militare e della gendarmeria, Aslan Güner e Bekir Kalyoncu: il primo, anch’egli contrario a stringere la mano alla consorte presidenziale col türban; il secondo, implicato in Ergenekon. In più, contrariamente alle attese è stato prolungato il mandato di 14 generali in linea per la promozione ma attualmente in prigione, che senza questo provvedimento – attento più alla politica che alla legge – avrebbero perso chances di carriera anche se in seguito assolti.

La vera rivoluzione ci sarà in seguito per mezzo della nuova costituzione, riguarderà l’organizzazione stessa delle forze armate: anche per renderle più efficaci nella lotta contro il terrorismo del Pkk. La subordinazione al ministro della Difesa è stata autorevolmente anticipata da Bozdağ, insieme a rivisitazioni del protocollo: l’ordine dei posti dello Yaş – il premier seduto preminentemente da solo – verrà istituzionalizzato. Le indiscrezioni sulla stampa turca riguardano invece la riduzione della durata del servizio militare, uniformata a 12 o 9 mesi; la riduzione da quattro a due dei corpi d’armata e l’abolizione di quello dell’Egeo (un segnale di rinnovata amicizia verso la Grecia); una revisione totale del sistema delle promozioni. La costruzione della nuova Turchia sembra continuare, senza troppe battute d’arresto.