Il 22 luglio ha riportato tragicamente l’attenzione su un tema molto dibattuto: il multiculturalismo e l’integrazione culturale.

Anders Behring Breivik ha dato la sua risposta al problema mettendo una bomba al centro di Oslo e sparando contro adolescenti indifesi sull’isola di Utoya, presentandosi nei panni di poliziotto. In totale ne ha uccisi 76.

Feroce come è stata, la strage norvegese ha ovviamente rianimato il dibattito internazionale sulla questione. In casa nostra, non abbiamo perso l’occasione per distinguerci anche questa volta, grazie all’onorevole Mario Borghezio che ha giudicato le idee di Breivik “condivisibili”.

A Londra, il dibattito era aperto da tempo. Almeno dallo scorso 6 febbraio, quando David Cameron da Monaco – mentre i militanti di EDL e BNP marciavano a Luton al grido di “li vogliamo tutti fuori” – ha detto che il multiculturalismo è un progetto sociale fallimentare.

Pochi mesi dopo, insieme al Ministro degli Interni Theresa May, Cameron ha annunciato una revisione del fondo di prevenzione dell’estremismo violento (Preventing Violent Extremism, PVE). Si tratta di un fondo aperto dal governo Blair nel 2007 allo scopo di prevenire il radicamento di gruppi estremisti all’interno della comunità islamica.

Originariamente i soldi del fondo erano indirizzati esclusivamente ai musulmani, nello specifico, ai giovani e alle donne, al controllo del numero delle organizzazioni e delle comunità di fede islamica e al finanziamento di iniziative locali contro l’estremismo e l’islamofobia.

La revisione, presentata da Cameron e dalla May, ha modificato diversi punti del piano originale. Primo, il PVE non sarà più rivolto soltanto a combattere l’estremismo di matrice islamica, ma ogni tipo di estremismo. Secondo, 15 delle circoscrizioni locali che avevano ricevuto fondi per promuovere iniziative nel territorio non ne riceveranno più, insieme a molte altre organizzazioni che, come ha detto lo stesso primo ministro, “hanno contribuito alla diffusione dell’estremismo piuttosto che al suo sradicamento”.

Come da copione, le nuove misure hanno incontrato in larga misura sia consensi che dissensi.

Haras Rafiq, direttore del CENTRI, il centro di consultazione e ricerca contro il terrorismo, è un pakistano musulmano nato e cresciuto a Londra e crede che la revisione abbia molti punti positivi. “Innanzitutto, è finalmente indirizzata anche a forme di estremismo che crescono in ambienti diversi rispetto a quelli islamici,” ha detto Rafiq, “non voglio essere trattato con misure speciali solo perché sono musulmano”. Un altro punto positivo second Rafiq è inoltre proprio il taglio dei fondi a molte delle associazioni precedentemente beneficiarie. “Sono stato consultato nel 2006, prima che il fondo venisse istituito e devo dire che le cose fino adesso non sono andate come auspicavo. Il fondo doveva mirare a prevenire la crescita dell’estremismo in futuro. Per riuscirci, bisogna rivolgersi in tempo a quei giovani musulmani che, dopo un percorso educativo a base di estremismo politico e indottrinamento religioso, diventano jihadisti,” dice Rafiq. “Invece spesso i soldi sono finiti a enti locali che non hanno controllato adeguatamente dove venivano spesi”.

Dal lato delle circoscrizioni locali tuttavia Victor Olisa, sovrintendente del corpo di Polizia di Southwark, obietta che i tagli sono stati fatti indiscriminatamente. “Lavoro a Southwark da 3 anni e penso che sia uno dei quartieri più multietnici di Londra. Grazie ai soldi del fondo di prevenzione sono state realizzate molte iniziative positive per il vicinato: un documentario sui musulmani di zona, lo show di Napoleon – un rapper da poco convertito all’Ialam – e altre ancora,” ha detto il poliziotto. “Non credo proprio che tagliare i fondi a comuni come Southwark e continuare a darne ad altri come Chelsea o Fulham aiuti in nessun modo a contrastare l’estremismo,” ha concluso.

In poche parole, se il governo vuole davvero migliorare la prevenzione all’estremismo, perché tagliare i fondi proprio alle zone più controverse e etnicamente miste della città?

Di Viola Caon, giornalista freelance che lavora a Londra. Si occupa di cultura, politica, società e minoranze.
Il suo blog Allovertechnique parla di questi temi. Collabora anche con il blog 404 –file not found che riflette invece i suoi interessi culturali.