Da vivi non hanno diritti. Sono carne buona per i pesci del Mediterraneo. Da morti non hanno diritto a un nome, né ad una sepoltura che rispetti i riti della loro religione. L’ultimo viaggio è in una cassa di legno anonima ma con l’ultima offesa: la Croce.

Il Cristo della pietà e della solidarietà che loro non pregano. E come potrebbero credere nella pietà gli uomini, le donne e i bambini che a migliaia fuggono dall’Africa immiserita dalle carestie e insaguinata dalle guerre. Chi ne ha per loro? Certo non gli scafisti che li caricano su vecchie carrette dopo aver prosciugato le loro esistenze. I poveri risparmi di una vita, per chi li ha, le case vendute, il bestiame offerto per quattro soldi allo speculatore che gira di villaggio in villaggio vendendo la speranza. Il sogno della libertà e del benessere, che per chi vive da ultimo nella Libia del macellaio Gheddafi è un semplice tozzo di pane. E l’Europa, quella delle banche, dei bond, dei pil e della crescita ossessionata da debiti pubblici e rischi di default, riesce ancora ad avere pietà per queste anime migranti che tentano l’approdo nella terra promessa?

No, a giudicare dalle notizie che raccontano di una nave della Nato che alcune notti fa non avrebbe prestato i dovuti soccorsi a un barcone alla deriva carico di migranti. Anche l’antica legge del mare, ormai, è vittima di egoismi e conflitti. L’Europa è Lampedusa, pezzo di roccia in mezzo al Mediterraneo. È qui che i vivi, quelli che arrivano stremati dopo giornate passate in balia delle onde, vengono accolti. Dissetati, sfamati, curati. Con gli scarsi mezzi che l’isola, ancora oggi, ancora dopo anni e anni di emergenza, riesce ad offrire. Agli italiani che vivono lì da generazioni e agli uomini venuti dal mare. Basta farsi un giro all’interno del Paese dove ci sono i locali del Poliambulatorio.  Una struttura ordinata, pulita, ma con mezzi scarsi e pochissimi medici. A Lampedusa da decenni non nascono bambini, le donne sono costrette a partorire all’ospedale di Agrigento o a quello di Palermo.

Un infarto, un ictus, un malore improvviso, sull’isola possono costare caro. Ci si affida alla perizia e al sacrificio dei medici della struttura, ma se la cosa è grave c’è solo l’elicottero (sempre che il tempo sia buono) che porta gli ammalati a Palermo. È su questo piccolo ospedale che ospedale non è, che da mesi si riversano migliaia di disperati fuggiti dall’Africa. Gente che arriva disidratata, con la pelle mangiata dalla salsedine, con il ventre gonfio e le viscere straziate dall’acqua di mare ingurgitata quando su una barca alla deriva l’acqua è finita, impazzisci e ti disseti col mare.

E poi bambini sotto choc, donne terrorizzate dalla traversata. Ad ogni sbarco, per ogni emergenza che si prolungava per settimane, mesi, il dottor Pietro Bartolo è stato al suo posto, a coordinare il lavoro dei suoi due colleghi medici e di due infermieri: sulle spalle di questa piccola pattuglia di uomini e donne lo Stato italiano ha fatto precipitare una delle emergenze umanitarie più grandi degli ultimi anni.

A dargli una mano i volontari di Medici senza frontiere e i pochi sanitari del Centro di accoglienza. È in queste condizioni al limite dell’eroismo per chi indossa un camice, che vengono prestate le prime cure, quelle più urgenti. Per i casi più gravi ci sono gli ospedali della Sicilia, da Agrigento a Palermo, fino a Siracusa. E i morti? Sei dei venticinque cadaveri trovati sul barcone arrivato nella notte tra domenica e lunedì sono stati frettolosamente sepolti in un angolo del cimitero di Lampedusa che già ha accolto le spoglie di altri migranti.

È la parte più spoglia e desolata del camposanto. Erbacce, croci senza nome e fiori di plastica scoloriti dal sole. Chi scrive, invece, ha visto ben altro trattamento riservato ad un morto italiano ad Hammamet, Tunisia: la tomba di una lampedusana scomparsa più di un secolo fa in terra straniera e sepolta con dignità nella parte riservata ai cattolici in quel cimitero musulmano.

A Lampedusa c’è anche il mistero della scomparsa di tre cadaveri, tre morti nel naufragio dell’8 maggio. “Dove sono finite quelle tre salme – chiede Giuseppe Palmeri, consigliere comunale di opposizione, al sindaco Bernardino de Rubeis – perché nello stesso luogo dove erano sepolti quei tre migranti è stata costruita una cappella gentilizia?”. Nessuna risposta. Perché i morti che il Mediterraneo spinge sulle nostre coste non hanno diritti. Come i vivi.

da Il Fatto Quotidiano del 6 agosto 2011