La Procura di Modena non accetta strumentalizzazioni politiche e prosegue nel massimo riserbo le indagini sui presunti favoritismi dell’ufficio patrimonio del Comune ai gestori del chiosco del parco Ferrari dal 2003 al 2008. Lo ha dichiarato in mattinata il procuratore capo Vito Zincani, rispondendo indirettamente alle polemiche che stanno rimbalzando sull’inchiesta che vede indagati il segretario regionale del Pd Stefano Bonaccini, ex assessore modenese con delega al patrimonio, il successore Antonino Marino, i due dirigenti Mario Scianti (oggi in pensione) e Giulia Severi (finita alla Cultura), e gli imprenditori Massimiliano Bertoli e Claudio Brancucci.

Zincani ha parlato poco dopo la conferenza stampa di Bologna in cui Bonaccini definiva “curioso il fatto che un bando di 7-8 anni fa venga ritirato fuori adesso” e affermava di “non essere indagato per abuso d’ufficio, ma per rivelazione di segreti d’ufficio”. La situazione ha creato un giallo per qualche ora, coi vertici della Procura costretti a confermare quanto risulta al fattoquotidiano.it: le ipotesi di reato, a vario titolo per i sei indagati, di abuso d’ufficio patrimoniale e turbata libertà degli incanti.

A chiarire l’equivoco ci ha pensato l’avvocato del leader del Pd, Massimo Vellani, che ha precisato come il suo cliente fosse in assoluta buonafede durante la conferenza in quanto “nel verbale di identificazione, da non confondersi con informazione di garanzia, erano riportati i reati di cui agli articoli 353 del codice penale, turbata libertà degli incanti, e 326 cp, rivelazione di segreti d’ufficio”.

Il procuratore Vito Zincani, per anni a Bologna come giudice istruttore e poi sostituto presso la corte d’appello, ha sottolineato i passaggi che hanno portato all’apertura della nuova inchiesta modenese: “Il procedimento è un atto dovuto, una costola del processo in cui in maggio è stato assolto per concussione il geometra dell’ufficio patrimonio Michele Antonio D’Andretta relativo al subentro della società Sdps nel chiosco del parco Ferrari“. Infatti, quando il tribunale non ha ammesso come testi di riferimento gli odierni indagati, li ha indicati quali possibili imputati di reato connesso: “Tale pronuncia – ha spiegato Zincani – è arrivata al mio ufficio che ha avviato gli accertamenti sui quali non possiamo, per tutelare le indagini e le stesse persone coinvolte, esprimere valutazioni. L’unica considerazione che posso fare, viste le amplificazioni arrivate da più parti, è che la Procura non accetta strumentalizzazioni”.

Il riferimento non è specificato ma certo non sono passate inosservate le polemiche da parte di esponenti del Pdl: gli arditi paralleli con gli scandali dell’amministrazione di Parma – travolta da arresti per mazzette a funzionari pubblici e inchieste sulle voragini debitorie delle società controllate – e l’invito del sottosegretario Carlo Giovanardi a “non minimizzare la vicenda modenese, una storia finita con un omicidio”, quello di Tina Mascaro, la ex concessionaria della birreria uccisa nel 2007 da un assassino ancora senza nome (il pregiudicato Corrado Corni, assolto in primo grado, tra qualche mese dovrà affrontare il processo d’appello).

D’altra parte, nei profili pubblici del segretario regionale del Pd e dell’assessore Marino sul social network Facebook, decine di sostenitori hanno rivolto insulti nei confronti della magistratura e del Fatto Quotidiano, rei rispettivamente di aver avviato le indagini e di averle raccontate. Un fatto mai accaduto in questa forma e dunque definito inquietante dal direttore Antonio Padellaro, intervistato oggi dal Corriere di Bologna. Rispetto ai fatti oggetto dell’inchiesta gli indagati, che incassano la solidarietà del governatore Vasco Errani e dei principali esponenti del Pd emiliano, si dicono assolutamente sereni.

Il Comune di Modena con una nota ha espresso “piena fiducia nell’operato della magistratura cui ha messo a disposizione fin dall’inizio tutta la documentazione. Nonostante la complessità della vicenda l’amministrazione è convinta della piena regolarità di tutti i passaggi”. Gli inquirenti indagano su una presunta turbativa d’asta, reato già prescritto (salvo rinuncia delle difese per ottenere un proscioglimento nel merito) e ipotizzato sulle modalità di subentro 8 anni fa della società Sdps di Brancucci e Bertoli nel chiosco del parco Ferrari, dopo offerte e pressioni alla Mascaro poi sfrattata per carenze igieniche. L’ abuso d’ufficio patrimoniale sarebbe configurabile per alcune migliaia di euro di mancati versamenti dei canoni d’affitto e lo sconto immotivato nell’ultimo rinnovo di 18 mesi datato marzo 2008.

Non si tratta solo della riduzione arbitraria a 13.727 euro di affitto annuo (-15%) a gestori insolventi ma anche il sospetto che il canone originario di 16.150 fosse nettamente sottostimato. Alla Corte dei Conti spetterà il compito di verificare il danno alle casse pubbliche ma, in via preliminare, la Procura potrebbe avvalersi di una perizia ai fini di accertare il valore della birreria, che ha usufruito di allargamenti di superficie e di concerti in grado di richiamare per cinque estati il grande pubblico. Anche grazie all’associazione ‘D’accordo’ di Massimiliano Bertoli, socio di Sdps fino al 2006 e poi finanziato con 62mila euro di fondi comunali per le iniziative musicali.