Chiede al giudice il permesso di non utilizzare, in caso di necessità, i farmaci e il magistrato l’accontenta. Protagonista della storia che sta suscitando clamore nel mondo sanitario e civile del Veneto una trevigiana di 48 anni, testimone di Geova, che dal giudice tutelare di Treviso Clarice di Tullio ha ricevuto il permesso, e con lei il marito, di non utilizzare farmaci salvavita. La paziente, come indica il Gazzettino, avrebbe già rifiutato tracheotomia e trasfusione, da quanto si è appreso, non sarebbe al momento in immediato pericolo di vita. Le sue disposizioni restano tuttavia chiare: “Non voglio che la mia vita venga prolungata – avrebbe detto la donna – se i medici sono ragionevolmente certi che le mie condizioni sono senza speranza”.

Quello firmato dal giudice di Tullio è stato definito un decreto choc. Il marito della donna è stato nominato amministratore di sostegno. Il decreto arriva in un momento in cui la legge sul biotestamento, già votato dalla Camera, è in dirittura d’arrivo. Se anche il Senato approverà il testo, la decisione del giudice di Treviso potrebbe essere ininfluente: la tutela della paziente sarebbe infatti solo ed esclusivamente del medico curante.

Il provvedimento viene giudicato regolare da un altro magistrato di Treviso. “Il provvedimento – sostiene il giudice Valeria Castagna – dal punto di vista giuridico ha numerosi precedenti, il più famoso dei quali in Cassazione aveva riguardato la vicenda Englaro, e ha numerosi precedenti di giurisprudenza che vengono per altro nel provvedimento citati e richiamati con precisione”. Castagna inoltre, parlando con i giornalisti, ha aggiunto che “la persona posta in amministrazione di sostegno ha gravissimi problemi motori ma non è incapace di intendere e di volere. E’ perfettamente lucida ed ha espresso la propria volontà in passato tramite un atto scritto e davanti al giudice che ha esteso il provvedimento”.

“Questo caso rende evidente che una legge sul biotestamento è più che mai necessaria”. A sottolinearlo è il bioeticista e membro del Comitato nazionale di bioetica (Cnb) Francesco D’Agostino. “Si rende evidente da un caso come questo – commenta l’esperto – che una legge è indispensabile, perchè – spiega – non è possibile affidare ai magistrati, che possono legittimamente anche avere opinioni diverse sulla materia, la determinazione ultima di questioni che riguardano la vita umana”. Inoltre, il decreto in questione, rileva D’Agostino, “che fa riferimento genericamente a ‘farmaci salvavità, dimostra la delicatezza della questione dal momento che la categoria di tali farmaci non è così rigorosa, e dunque anche una semplice aspirina, in determinate condizioni, può diventare un farmaco salvavita”. Secondo il bioeticista, dunque, “la verità è che quando questioni che riguardano la vita umana si intrecciano con valutazioni di carattere medico e farmacologico, è giusto che la legge affidi al medico l’assunzione delle decisioni”. Per queste ragioni, ribadisce D’Agostino, “credo che una legge sulle situazioni di fine vita sia realmente indispensabile. L’importante – conclude – è fare in modo che non siano i giudici a stabilire criteri vincolanti in situazioni così delicate”.

Il ministro del welfare Maurizio Sacconi parla, invece, “di un provvedimento ideologico”. Quindi aggiunge: “Attraverso il provvedimento si vorrebbe insomma, quanto meno oggettivamente, concorrere ad introdurre nel nostro ordinamento il suicidio assistito e programmato, che il nostro ordinamento non consente – sottolinea Sacconi – solo il Parlamento può assumere decisioni così rilevanti, anzi così fondamentali, e mi auguro che non lo vorrà mai fare riconoscendo sempre il valore della vita quale elemento costitutivo della nostra tradizione culturale”.