500 anni fa. Navi negriere salpano dalle coste inglesi e sudamericane alla volta del continente nero. Missione: irrompere nei villaggi africani, stuprare tutto ciò che ha due gambe e respira, uccidere chi oppone resistenza e catturare il maggior numero di schiavi, scelti tra i negri più giovani e più forti. Una volta ridotti in catene, i prigionieri si caricano nella stiva di imbarcazioni anguste e malsane, si trattano come bestie per tutta la durata della traversata oceanica – avendo l’unica accortezza di tenerli in vita – e poi si vendono all’asta, come muli da soma, affinché lavorino nelle piantagioni dei ricchi proprietari terrieri. Bianchi. I padroni, prima di acquistarli, controllano che la loro dentatura sia perfetta. Come si fa con i cavalli. Poi, una volta scelti, cambiano loro nome. Come si fa con i cani randagi. Poi li portano stremati nei loro possedimenti. Non c’è bisogno di pagarli: ha forse un salario una vacca? Donne e uomini lavorano fino allo sfinimento, in cambio solo del cibo necessario per vivere. Le donne, in particolare, di notte assolvono alle esigenze fisiologiche dell’uomo bianco. Intanto, la razza superiore brinda, banchetta e manda i figli al mare.

2011. 500 anni dopo. È cambiato tutto. La schiavitù è stata abolita: abbiamo inventato i “diritti umani“. Un progresso innegabile. Non c’é più bisogno di andare a prendere i negri giovani e forti: vengono da soli, spinti da una povertà che lava le nostre coscienze. Pagano e si indebitano per essere deportati. Le grandi imbarcazioni negriere si sono trasformate. Ora sono lussuose e sicure navi da crociera, sono transatlantici. Usate come carro merci erano sprecate. Loro, i nuovi cittadini liberi del continente nero, possono arrangiarsi come meglio credono, o come possono, ammassandosi volontariamente su bagnarole a fine vita che vengono mandate alla rottamazione in mare aperto.

Meglio che spendere soldi per demolirle. Unico caso commerciale in cui perdere un carico (pagante) è più vantaggioso che portarlo a destinazione. Quelli che arrivano si vendono spontaneamente, anzi si regalano, senza bisogno di indire nessuna asta. Finiscono nelle piantagioni. Al posto del cotone ci sono i pomodori. Lavorano fino allo sfinimento, senza diritti, senza dottori. Vengono picchiati e presi a fucilate se osano ribellarsi. In cambio, non ricevono più il solo cibo necessario per sopravvivere: finalmente hanno diritto a un salario. Che è appena sufficiente per sopravvivere in una società di coltivatori immensamente più ricchi di loro. Per agevolare l’uomo bianco, che non sa pronunciare i fonemi della loro lingua, si cambiano spontaneamente il nome. Le loro donne indebitano le loro famiglie di origine per venire al servizio delle facoltose colonie bianche dove, si dice, troveranno un lavoro. Poi si ritrovano con un debito sulle spalle e la costante minaccia dei moderni negrieri di rivalersi sui loro genitori se non sapranno onorarlo. Così, sono libere di battere le strade, ogni notte, per assolvere alle esigenze fisiologiche dell’uomo bianco.

Se questo è tutto quello che abbiamo saputo fare in 500 anni, rivoglio le navi negriere e gli schiavisti. Era quasi tutto esattamente come é oggi, con la differenza che il carico di “bestie nere” deportato nelle stive dei velieri era prezioso e non ci si poteva permettere che andasse perduto in fondo al mare. Come è successo ai 25 “schiavi negri” massacrati a bastonate perché, agonizzanti, volevano uscire dalla camera a gas, nel ventre mefitico di un barcone che li stava portando verso la loro piantagione di cotone, a poche miglia dalle coste della civile ed evoluta Europa del XXI secolo. Dove la razza superiore brinda, banchetta e manda i figli al mare, solo un po’ meno frequentemente di prima, che c’è la crisi.

Ora scusatemi, vado a vomitare.