Il governo australiano ha deciso di usare Internet per cercare di scoraggiare i cosiddetti “Arrivi irregolari via mare” (Irregular maritime arrivals, Ima), cioè i barconi che dall’Asia sudorientale fanno rotta verso il territorio australiano carichi di migranti e aspiranti rifugiati politici. Il governo di Canberra ha deciso di caricare sulla piattaforma di YouTube i video delle imbarcazioni intercettate al largo dalle navi australiane e rispedite verso la Malaysia. La speranza è che in questo modo si possano scoraggiare i “passeggeri” a tentare il viaggio. Nei video ci saranno anche i rimpatri via aerea, organizzati dall’Australia per deportare i migranti detenuti nel centro di permanenza temporanea in funzione sulla Christmas Island, il primo lembo di territorio federale raggiungibile via mare, in pratica la Lampedusa australiana. I video saranno in otto lingue e diretti in particolare verso i paesi di provenienza della maggior parte degli Ima, cioè Iran, Afghanistan, Sri Lanka e Iraq.

L’idea è maturata nel governo laburista dopo la firma di un controverso accordo con la Malaysia, che accetterà di accogliere nei propri campi per migranti, 800 persone arrivate illegalmente in Australia. La federazione, in cambio, accoglierà nei prossimi tre anni 4 mila persone a cui è già stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Si tratta, in sostanza, di una esternalizzazione delle procedure di riconoscimento, che così ricadono sulla Malayisia, un paese che non ha firmato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui diritti dei rifugiati né il Protocollo aggiuntivo del 1967 e che non ha una legge sui rifugiati e dipende in tutto e per tutto per le procedure dall’attività dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr).

“La legge della Malaysia consente di frustare gli immigrati illegali, compresi i rifugiati – scrive in una lettera aperta al governo della Malaysia l’associazione internazionale Human Right Watch – . Le condizioni nei centri di detenzione per migranti non rispettano gli standard internazionali ed espongono i detenuti al rischio di abusi fisici, condizioni degradanti e rischi sanitari. Il divieto di lavoro blocca ogni opportunità di impiego al di fuori dei settori informali e la mancanza di istruzione per i figli dei richiedenti asilo e dei rifugiati viola il loro diritto all’educazione di base». Hrw e altre associazioni per la difesa dei diritti umani, come per esempio Amnesty International, hanno protestato contro l’accordo tra Canberra e Kuala Lumpur proprio per le scarsissime garanzie che la Malaysia offre in termini di protezione dei diritti elementari dei migranti e dei rifugiati politici.

Il governo australiano, però, non ascolta. “Sappiamo che i trafficanti di persone dicono bugie per incoraggiare le partenze – ha spiegato alla radio australiana Chris Bowen, ministro dell’Immigrazione – . Ma crediamo che molte persone ormai abbiano accesso a questo tipo di media e quindi che il passa-parola servirà a scoraggiare le partenze”. La primo ministro australiana Julia Gilliard, laburista, confermata nelle elezioni del 21 agosto 2010, ha assicurato che ci sarà una commissione mista, con rappresentanti australiani, malesi e dell’Unhcr per verificare che i migranti respinti e i potenziali richiedenti asilo siano trattati in modo conforme alle norme internazionali. Lo stesso governo della Malysia si è impegnato in questa direzione, ma le preoccupazioni rimangono intatte.

La questione dei rifugiati e dei richiedenti asilo è molto sentita in Australia, anche se i numeri sono, in effetti, piuttosto esigui. Secondo i dati del Ministero dell’immigrazione, nel 2010 sono arrivati sulle coste federali 134 barconi, con un totale di 6.535 persone. Fino ad aprile 2011, gli arrivi sono stati appena 16, per un totale di meno di mille persone. Nei centri di permanenza per migranti in Australia ci sono (dati di aprile) 4.552 persone mentre altre 1.750 sono nel centro di Christmas Island.

Secondo Human Right Watch e altre Ong, l’Australia è perfettamente in grado di fare fronte, sia in termini di procedure di riconoscimento dello status di rifugiato sia in termini di strutture, a un flusso di queste dimensioni, senza bisogno di «esternalizzare» in Malaysia l’onere della prima accoglienza.

E mentre domenica è stato respinto verso le coste malesi il primo barcone di migranti, molti dubitano che i video su Internet possano essere un deterrente efficace. Le ragioni che spingono uomini e donne a tentare un viaggio di migliaia di chilometri sono talmente gravi e profonde che non è certo la paura di essere intercettati e deportati a poterli fermare.

di Joseph Zarlingo