La Nato in Kosovo usa la doccia scozzese: da un lato invita le parti al “dialogo”, dall’altro il comando KFor ha chiesto oggi l’invio di nuove truppe per fronteggiare la situazione di tensione che da qualche giorno rende di nuovo incandescente la regione balcanica. La portavoce dell’Alleanza atlantica Carmen Romero ha spiegato in una conferenza stampa a Bruxelles che la richiesta di nuove truppe è solo “un accorgimento tattico sul piano della sicurezza” e non è quindi un sintomo “del ritorno all’escalation di violenza in Kosovo”. La Nato, ha aggiunto Romero, “non prende parte nel confronto in atto e si mantiene neutrale”. Il contingente di rinforzo agli oltre 6mila soldati Nato ancora presenti in Kosovo dovrebbe essere dell’ordine di grandezza di un battaglione, secondo quanto ha detto il portavoce della KFor Dieter Wichter. Si tratta, dice la Reuters, del battaglione di riserva della KFor, 700 soldati tedeschi e austriaci.

Quello che la portavoce della Nato chiama diplomaticamente “confronto” è la più preoccupante esplosione di tensione nella regione, dai tempi della dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte del governo di Pristina, a febbraio del 2008. Tutto è iniziato alla fine di luglio, quando il primo ministro kosovaro Hashim Thaci, ex leader dell’Uck (l’organizzazione di guerriglieri kosovaro-albanesi che nel 1999 ha combattuto contro il regime di Slobodan Milosevic, ottenendo l’appoggio della Nato) ha deciso di inviare la polizia kosovara a prendere il controllo di due posti di frontiera nel nord della regione, su quello che per il governo di Pristina è il confine di stato con la Serbia, non riconosciuto però da Belgrado. La comunità serba rimasta nel nord della regione (circa 60mila persone), ha reagito duramente, dando alle fiamme i posti di frontiera. Nei tafferugli, un poliziotto kosovaro è stato ucciso. Il governo di Pristina ha risposto con il boicottaggio dei beni importati dalla Serbia, dopo che Belgrado ha deciso di non riconoscere i bolli doganali e le etichette made in Kosovo sui beni esportati dalla regione.

Le parole di Carmen Romero non riescono a nascondere la preoccupazione internazionale, che echeggia anche nelle dichiarazioni dell’Unione europea. Michael Mann, portavoce di Catherine Ashton, responsabile della diplomazia di Bruxelles, ha detto alle agenzie di stampa internazionali che l’Ue “sta facendo ogni sforzo per trovare una via d’uscita dall’impasse e riportare le parti al dialogo”. L’inviato speciale dell’Ue Robert Cooper è stato ieri a Belgrado per incontrare le autorità serbe, ed è oggi a Pristina per vedere quelle kosovare.

Di sicuro il nuovo round di negoziati diretti tra Belgrado e Pristina è stato rinviato a settembre, dopo che all’inizio di luglio le due parti avevano trovato un accordo su alcune materie (validità dei titoli accademici, libera circolazione delle persone, registri anagrafici) per cercare di superare gli ostacoli dovuti al fatto che la Serbia non riconosce l’indipendenza del Kosovo, come invece fanno 76 paesi del mondo, tra cui 22 dei 27 membri dell’Ue.

La navetta diplomatica messa in piedi dall’Ue ha almeno parzialmente alleviato la situazione della comunità serba, che era rimasta isolata dopo la decisione della KFor di chiudere i valichi dati alle fiamme. Nell’ospedale di Kosovka Mitrovica, la principale città serba nel nord del Kosovo, c’era stata una carenza di medicinali e i malati più gravi non avevano potuto essere trasportati in Serbia. Le truppe KFor, domenica sera, hanno permesso la parziale riapertura dei valichi, ma hanno impedito il passaggio al capo del team negoziale serbo Borko Stefanović e al ministro per il Kosovo Metohija Goran Bogdanović. Le autorità di Pristina avevano addirittura minacciato di arrestare i due rappresentanti del governo che sono riusciti comunque a entrare nella regione per incontrare i rappresentanti della comunità serba, che sta intanto protestando contro il blocco e contro la presenza della KFor, una forza considerata tutt’altro che neutrale.

di Joseph Zarlingo