Un aspetto positivo del dibattito sui costi della politica di queste settimane è certamente la creazione del filo doppio che oggi lega la volontà politica e l’effettiva capacità di tagliare le spese del Palazzo alla possibilità, da parte dei politici, di rastrellare voti d’opinione attraverso queste scelte.

Lo dimostra la reazione dell’opinione pubblica alla notizia del congelamento dell’aumento del compenso del presidente della Repubblica Napolitano e della restituzione al Ministero del Tesoro di 15 milioni di Euro non spesi dal Quirinale. Una notizia che in altri Paesi del mondo sarebbe stata salutata con uno sbadiglio (in fondo Napolitano ha deciso di mantenere stabile il suo stipendio per i prossimi due anni e non ha sprecato denaro pubblico) e che da noi è stata giustamente accolta con un’ovazione, anche perché è l’unico caso concreto di riduzione dei costi in mezzo a tanti proclami senza sostanza.

La speranza, dunque, è che il taglio dei costi della politica sia un terreno di scontro elettorale: prende voti chi taglia di più. Se il taglio di privilegi, stipendi ed emolumenti diventa una leva per produrre consenso, si può immaginare una sfida virtuosa che, a colpi di promesse (e di concrete scelte amministrative, pre-elettorali se proprio non vogliamo vederci nulla di virtuoso e di spontaneo) generi effettivo risparmio e, quindi, effettivo cambiamento.

Sarebbe stupido credere che i mali dell’economia italiana risiedano tutti negli stipendi dei nostri rappresentanti istituzionali. Allo stesso tempo i cittadini ora pretendono, a ragione, un bilanciamento tra richieste di sacrifici e comportamenti altrettanto sobri.

Alla politica, in questa fase, è chiesto un atteggiamento da buon padre di famiglia più che da capitano di ventura. Questo è un segnale che, probabilmente, va di pari passo con il tramonto dell’appeal dei partiti personali e leaderistici. Il taglio dei costi della politica è dunque una scelta educativa, quasi pedagogica. Nei prossimi anni vincerà chi dà l’esempio.

A questo proposito, il centrosinistra ha davanti a sè un’importante sfida. Ha proclamato con più forza il taglio dei costi della politica ed è effettivamente più credibile in questa battaglia, non fosse altro perché è attualmente all’opposizione. Ha già imbarcato, dunque, quel plus di consenso potenziale legato alla promessa. Ha poi perso l’occasione per tagliare le province (e adesso Berlusconi valuta l’abolizione di quell’istituzione con un decreto legge dopo la pausa estiva).

Ora è chiamata a mostrare le carte. Vuole davvero ridurre i costi strutturali della macchina pubblica? Se sì, può farlo in tutte le amministrazioni che governa, senza aspettare accordi bipartisan, l’appoggio del governo, leggi ed emendamenti. Tagli gli stipendi di sindaci, presidenti e consiglieri di una cifra omogenea, diciamo del 10%, per iniziare. Chieda agli amministratori ‘virtuosi’ di fare un passo in più, di tagliare il 15, il 20, il 25%. E faccia sentire questi amministratori liberi di farlo, partendo da una comune base politico-strategica che è proprio quel taglio del 10% uguale per tutti e a partire da una data comune (1 gennaio 2012?).

E dove il centrosinistra è all’opposizione, chieda ai suoi eletti nelle amministrazioni locali di scrivere leggi che obblighino la maggioranza di centrodestra a discutere la riduzione del 10%. Se quelle maggioranze rifiuteranno, i cittadini avranno un elemento in più per valutare. E per votare.

La destra, se la sinistra taglierà del 10%, dovrà tagliare del 15% per essere più credibile sul tema. E così via. In questo scambio di cerini, chissà che non spunti un mezzo miracolo.