Si è appena conclusa la telenovela dell’ ‘allargamento’ del debito pubblico Usa. Come molti commentatori economici avevano osservato, la lettura politica e giornalistica del fatto è stata allarmistica. Non è mai stato in gioco il ‘default’ economico degli Stati Uniti (bastava guardare l’andamento dei tassi e la quotazione dei titoli del debito Usa per valutare l’affidabilità finanziaria degli  Stati Uniti). Più banalmente, si trattava di autorizzare, per via parlamentare, lo sfondamento ‘temporaneo’ del debito.

Non è la prima volta che accade, non sarà nemmeno l’ultima. E’accaduto con Clinton, in anni nei quali l’elevata crescita ha reso socialmente più accettabile per il cittadino statunitense lo sfondamento del tetto al debito. E’ accaduto con Bush Jr., sotto l’egida delle spese militari contro il male assoluto globalizzato. Ciò che ha valore peri mercati non è tanto il merito dell’accordo politico tra repubblicani e democratici, ma l’accordo stesso. I creditori degli Usa sono rassicurati dal fatto che  la tutela dela stabilità finanziaria, negli Usa, è un tema bipartisan.

Il punto vero è che il compromesso raggiunto (si allo sforamento del debito, ma niente tasse e tagli proporzionali alla spesa pubblica) segna un passo indietro, pur pragmaticamente orientato al sano realismo, nella obamanomics. Il cavallo di battaglia di Obama, al grido ‘change!’ si basava su due pilastri: redistribuzione e crescita. Anzi, seguendo Krugman, si potrebbe dire, redistribuzione e, quindi, crescita. L’aspetto più qualificante era dato, in campagna elettorale, dal generare una maggiore crescita da una minore diseguaglianza. Di qui un mutamento inclusivo del welfare, specie attraverso la riforma sanitaria proposta da Obama, avrebbe dovuto porre le basi per il rilancio dell’economia Usa.

I Tea Party – movimento di una nuova destra populista-chic, prevalentemente bianca e middle class, di Desperate housewives che odiano le tasse quanto la polvere e che pensano che tutto ciò che sia ‘pubblico’ sia come un parassita da eliminare dal futuro altrimenti radioso dei propri figli – hanno fiutato il pericolo del cambiamento epocale promesso da Obama. Sono l’America più fortunata, più semplice, più bacchettona anche. Non hanno avuto bisogno dello Stato in passato e non ne avranno in futuro. Ciò che sta fuori dal proprio giardino è, appunto, fuori, altrove, non li riguarda. Hanno rivitalizzato, con il populismo dell’aspirapolvere, una destra in crisi di argomenti e, forse, di ragione (non viene forse l’America da un doppio mandato di Bush Jr?). Questa nuova destra armata di tacchi e centri commerciali ha indebolito Obama. Lo ha costretto a fare lo statista oggi, per poterlo sconfiggere domani.

I Tea Party rispolverano vecchi cliché reaganiani dimostratisi falsi. Come la relazione tra detassazione (ai ricchi) e crescita economica. Certo, per un paese come il nostro, porre il tema della spesa pubblica inefficiente e dell’elevata pressione fiscale è ragionevole. Ma che senso ha farlo proprio nel paese dove il welfare pubblico e la tassazione sono al loro minimo storico? La domanda che oggi pervade la politica Usa è che cosa farà Obama prima delle prossime elezioni. Vorrà riscrivere l’agenda della Obamanomics in salsa moderata? O tenterà di forzare la mano per politiche redistributive?

Nel frattempo, ci vorrebbe un grande Coffee Party a sostenere Obama. Ce ne sono già negli Stati Uniti e persino in Italia. Ma non sono riusciti a dare ad Obama quel sostegno popolare che echeggiava all’indomani della sua vittoria. Difendere Obama oggi significa anche mostrare che il populismo anti-stato è nemico della crescita. Perché, come hanno dimostrato Stiglitz e Krugman, ciò che ha alimentato negli Usa la disegualianza ha finito per eroderne la crescita. Ed e’ davvero un paradosso osservare che dopo otto anni di amministrazione Bush, lo sconfitto di oggi sia il partito del presidente.