Ci sono storie che spuntano per caso. Storie di ossa ritrovate, ad esempio. Ossa e bossoli. Storie di piste investigative che pescano nel passato per spiegare un presente incerto. E nel presente ci sono resti umani scoperti negli ultimi dieci giorni in via Quintosole a Milano, hinterland ovest che da via Ripamonti corre verso Opera.

Qui gli operai da tempo lavorano all’allargamento della strada. Il 19 luglio, mentre scavano accanto ai campi, trovano prima un teschio e poi diverse ossa. Il corpo non è sepolto. Solo abbandonato in mezzo alle sterpaglie. Eppure è come se lo fosse. In questo tratto di strada strappato alla città ci si passa di rado. E solo per fugaci piaceri sessuali a pagamento. Gli investigatori trovano anche un portafoglio. Il giorno dopo, il caso (dell’identità) è chiarito. Il corpo è di Paolo L. 58 anni di Gorizia, latitante dal 2001 per omicidio colposo. Gli investigatori riassumo brevemente il caso: l’uomo è un balordo. Originario di Cormons (Gorizia). Nel 1989 dà fuoco a un locale per incassare l’assicurazione. Il bar brucia, ma muoiono anche due pensionati che vivono nello stesso palazzo. Paolo L. scappa e dal 2001, fino al 19 luglio scorso risulterà latitante. Storia chiusa? Non proprio. Paolo L, infatti, per molti anni frequenta Milano. Con chi? Dove? Perché? L’unico particolare: è un acquirente di droga.

Nove giorni dopo, il 28 luglio, gli uomini della squadra Mobile coordinati da Alessandro Giuliano sono di nuovo in via Quintosole. L’allarme: una telefonata anonima. Ancora ossa: una clavicola, poi un giubbotto. Alla fine due proiettili. Meglio due bossoli calibro 38 special. Il luogo del ritrovamento si trova a 200 metri da dove è stato trovato Paolo. L. Un indizio? Forse. Certo è che questa volta l’identità resta agganciata alle perizie (ancora da fare) del Laboratorio di antropologia forense della Statale.

Eppure, a starci in queste zona, si respira l’aria di molte storie. Perché questa è terra di morti e di altro. Di speculazioni edilizie, ad esempio. Ma anche di droga e prostituzione. Di locali notturni e affari poco puliti. Ed è qui che prende corpo una pista, ancora tutta da verificare, che aggancia la vicenda di un duplice omicidio avvenuto il 24 febbraio 1996 a Milano.

Dalla periferia al centro. E viceversa. Perché uno dei due morti di quindici anni fa, Johnny Rosselli, viveva nei casermoni popolari di Baggio. Eppure non c’è solo questo. C’è una storia di locali che aggancia il business della sicurezza e squaderna sulla scena personaggi a dir poco inquietanti: un ex carabiniere che diventa gangster, un body guard cresciuto tra i pretoriani di Saddam Hussein e poi giovani della borghesia bene di Milano trascinati dentro alle ambigue notti milanesi. Come fu quel 24 febbraio.

Poco dopo le tre del mattino. Via Moscova angolo via Porta Tenaglia. Sullo sofndo l’insegna della discoteca Scream. Tanti spari e almeno venti colpi da una mitraglietta Skorpion e da un calibro 7,65. Sul marciapiede i corpi di due ragazzi. Sono Johonny Rosselli e Rocco Lo Faro, figlio naturale del boss della ‘ndrangheta Santo Pasquale Morabito. Affari di mafia dunque? Il tribunale non lo disse mai. Per quell’omicidio finiscono in carcere il carabiniere-gangster Paolo Cecchetti, l’irakeno Al Assadi Abdul Jabbar e un giovane milanese. Loro, secondo i giudizi, furono gli esecutori. Mandanti e organizzatori ad oggi restano ignoti. O così è dal 2005 quando la Corte d’apello di Milano assolve per non aver commesso il fatto il calabrese Igino Panaya, legato ad ambienti malavitosi, e il giovanissimo Carlo Testa, boss di quartiere con la passione per il tifo organizzato.

Sei anni fa, quindi, il duplice omicidio viene rimesso sul tavolo. Chi decise l’esecuzione? Mistero. Dagli archivi del tribunale, però, salta fuori una breve informativa: quella sparatoria non fu isolata. Pochi giorni prima, infatti, la stessa mitraglietta Skorpion sparò contro la serranda del Mambo, locale che si trova a due passi dal ritrovamento delle ossa. Chi sparò? Di nuovo: mistero. Quello che si sa è che allora l’irakeno Jabbar gestiva un lucroso business con la sicurezza. In quel febbraio si era proposto ai gestori del Mambo. Ma quelli avevano rifiutato.

E del resto gli affari della notte interessavano anche Rocco Lo faro, il figlio del boss. Ci credeva Rocco. Tanto più che quel padre rispettato e temuto gli dava coraggio. Non era grosso Lo Faro, ma davanti a Jabbar forse parlava troppo. “Tu in carcere pulivi il cesso a mio padre”. Finì ammazzato Rocco Lo Faro. Come altre dieci persone (almeno) cadute in quegli anni tra la sterpaglia di via Ripamonti. Ma queste restano piste, intuizioni, rivoli investigativi destinati a esaurirsi o ad alimentari quadri indiziari. Una cosa è certa: il giallo delle ossa di via Quinto Sole è ancora tutto da raccontare