Recep Tayyip Erdoğan è stato facile e irridente profeta. In visita nella Repubblica turca di Cipro settentrionale (Kktc) il 19 e 20 luglio, una delle due entità politiche in cui è attualmente divisa l’isola di Afrodite in attesa di riunificazione, il premier turco aveva infatti pronosticato – accompagnandosi con sorrisi poco diplomaticamente compiaciuti, scatenando gli applausi entusiasti dei turcociprioti – che la prossima vittima delle turbolenze finanziarie europee sarebbe stata la rivale Repubblica di Cipro, quella che definisce “amministrazione grecocipriota” anche se è l’unica internazionalmente riconosciuta (la Kktc ha il sostegno formale esclusivamente di Ankara). La mannaia di Moody’s si è fatta attendere una sola settimana; e il taglio al rating dei titoli di stato ciprioti è arrivato – drastico – martedì 26 luglio: da A2 a Baa1, con orientamento ribassista.

Nelle tre ragioni comunicate – a titolo esplicativo – dall’agenzia più temuta al mondo, nulla di sorprendente: la precaria situazione finanziaria di Cipro, esacerbata dall’esplosione nella base di Mari che ha fatto 13 morti e ha distrutto la centrale elettrica di Vasiliko da cui dipende l’isola per metà del suo approvvigionamento (di conseguenza, sono state ridimensionate le previsioni di crescita del Pil: nulla quest’anno, all’1% il prossimo); il deterioramento del clima politico, che pone una cappa d’incertezza sulla capacità del governo di applicare il piano di austerità fiscale – tagli robusti e coraggiose privatizzazioni – recentemente approvato; il rischio che le banche cipriote, eccessivamente esposte verso la Grecia, abbiano bisogno di un piano di salvataggio governativo. Il giorno dopo è infatti arrivato il declassamento di alcune banche, le autorità di Bruxelles come d’abitudine hanno declinato l’invito a commentare le decisioni di un’agenzia di rating.

E due giorni dopo il governo ha gettato la spugna: le pressioni dell’opinione pubblica, indignata per la criminale negligenza di chi – per due anni – ha abbandonato sotto il sole sferzante di Cipro armi ed esplosivi sequestrati in mare – un carico sospetto, forse diretto agli Hezbollah libanesi – hanno avuto il sopravvento. Subito dopo “l’esplosione” si era dimesso il ministro della difesa Costas Papacostas, presto accompagnato dal capo della diplomazia Markos Kyprianou; poi mercoledì è venuto il turno di due altri ministri appartenenti al Diko (centrista), il partner di minoranza della coalizione di centrosinistra. Demetris Christofias, presidente di un sistema istituzionale senza primo ministro, è stato praticamente obbligato a chiedere le dimissioni di tutti gli altri – appartenenti al suo partito, il comunista Akel – in vista di un totale rimpasto. Il Diko e il Disy (di centrodestra) – come altre forze politiche minori – premono per un governo “di larghe intese” che nei 18 mesi a disposizione, prima della scadenza del mandato di Christofias nel febbraio 2013 (e il presidente è fermo nella sua intenzione di non dimettersi), affronti cinque priorità: accertare le responsabilità dell’esplosione dell’11 luglio attraverso un’indagine veloce e imparziale; ristabilire la fiducia nelle istituzioni; scongiurare la crisi economica, magari con l’aiuto dell’Ue: Cipro fa parte dell’area dell’euro, date le dimensioni minuscole della sua economia un piano di rientro inciderebbe marginalmente sugli equilibri dell’Unione monetaria; risolvere la crisi energetica, al momento tamponata acquistando elettricità dalla Kktc; proseguire con successo i negoziati per la riunificazione coi turcociprioti.

Negoziati che, in realtà, potrebbero essere la vittima più illustre della tragedia di Mari. Al di là di come verrà impostato il governo che sta per nascere, infatti, Christofias è in ogni caso fortemente indebolito; e non dispone più della legittimità politica e del sostegno popolare per trattare da una posizione di forza col leader turcocipriota Derviş Eroğlu: invece imbaldanzito dall’appoggio rinnovato di Erdoğan, dalla presentazione di due cruciali progetti della Turchia per assicurare a Cipro l’indipendenza idrica (con una condotta sottomarina per il trasporto di acqua) ed energetica, dai primi risultati positivi – 5% in più nelle entrate fiscali, 5-6% di crescita annua, più 15% nel turismo – del piano di austerità imposto da Ankara e inizialmente contestato con sommosse di piazza. Le parti si sono riviste brevemente lunedì per il primo appuntamento di un fittissimo calendario, torneranno a farlo oggi per tutto il giorno: sui contenuti il riserbo è massimo, ma l’accordo complessivo auspicato dal Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon per ottobre – a causa della crisi politica ed economica della Repubblica di Cipro – sembra per adesso molto distante.

di Giuseppe Mancini