Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha accolto la richiesta del governo serbo per una riunione urgente per discutere dell’escalation che da alcuni giorni si registra nel nord del Kosovo, nella zona dov’è concentrata la minoranza serba rimasta nella provincia dopo la guerra del 1999 e la dichiarazione di indipendenza unilaterale del 2008. L’agenzia Reuters riferisce che Londra e Washington avrebbero preferito aspettare la riunione trimestrale già in calendario, ma le pressioni di Mosca, storica alleata di Belgrado, hanno ottenuto una riunione immediata, ma a porte chiuse.

La decisione del Consiglio di sicurezza è un segnale della preoccupazione che circola nella comunità internazionale per l’acuirsi della tensione tra il governo albanese-kosovaro guidato da Hashim Thaci, ex leader dell’UCK, la formazione armata che nel 1999 condusse la guerriglia contro il governo serbo di Slobodan Milosevic, ottenendo l’appoggio della Nato. La stessa preoccupazione è palpabile nell’appello lanciato da Catherine Ashton, capo del Servizio esterno dell’Unione Europea, che ha fatto appello sia a Pristina che a Belgrado perché facciano «immediatamente» di tutto per abbassare la tensione. «La violenza non sarà tollerata e gli atti unilaterali non sono il modo per andare avanti – ha aggiunto Ashton – E’ essenziale che le due parti tornino a dialogare».

Con «atti unilaterali» Ashton si riferisce alla decisione presa dal premier kosovaro Thaci tre giorni fa di mandare la polizia kosovara ai valichi di frontiera con la Serbia nel nord, dove le comunità serbe vivono protette dalle truppe Nato della K-For. I serbi hanno reagito bloccando i poliziotti e dando alle fiamme i posti di frontiera – l’ultimo ieri notte. Nella notte del 26 luglio, inoltre, un poliziotto kosovaro è stato ucciso durante i tafferugli con i serbi. Di fronte alla reazione serba e alle critiche arrivate discretamente anche dalla K-For, Thaci ha fatto retromarcia e ha ritirato la polizia da quello che Pristina considera il confine di stato. La decisione, peraltro, non era condivisa. Tanto che, prima di mandare gli agenti, Thaci ha licenziato il capo della polizia Reshat Maliqi, contrario a questa prova di forza.

Il presidente serbo Boris Tadic ha detto che la Serbia non ha alcuna intenzione di tornare sulla via delle armi: «La cosa più difficile è battersi per la pace e quella più facile dare ascolto a quanti vogliono altre violenze», ha detto Tadic riferendosi anche ai partiti della destra serba che lo criticano per la sua «arrendevolezza». Borislav Stefanovic, capo dei negoziatori serbi che conducono le trattative con Pristina, ha accusato non meglio precisate «gang criminali» per l’incendio dei posti di frontiera. Un atto, secondo Stefanovic, «che colpisce le speranze dei serbi del Kosovo e Methojia», perché le due parti erano vicine a un accordo.

A innescare questa escalation è stata la decisione serba di non riconoscere, in mancanza di un accordo complessivo, i bolli doganali kosovari e le etichette con la dicitura «made in Kosovo» per i prodotti importati. I bolli erano stati approvati da Unmik, la missione Onu per l’amministrazione del Kossovo, perché nella cornice della risoluzione Onu 1244. Al «no» di Belgrado, Pristina ha risposto il 20 luglio dichiarando l’embargo sulle importazioni serbe e per farlo rispettare ha cercato di prendere il controllo dei valichi di frontiera al nord.

Lo scambio commerciale tra Serbia e Kosovo è tutto a favore di Belgrado che esporta beni e servizi (per esempio energia elettrica) per oltre 390 milioni di dollari, mentre importa beni per appena 4 milioni. Le due parti all’inizio di luglio avevano iniziato a raggiungere una serie di accordi per risolvere i problemi pratici derivanti dal fatto che Belgrado non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, dichiarata nel 2008 e accettata da 76 paesi, tra cui 22 dei 27 membri dell’Ue. Uno degli accordi riguardava anche la libera circolazione delle persone attraverso il confine nord, sulla base della possibilità per i kosovari di entrare in Serbia con la sola carta d’identità, senza il passaporto, che Belgrado non considera valido. Lo stesso Stefanovic, poco più di venti giorni fa, si diceva ottimista e confidava di poter chiudere questi e altri accordi pratici entro settembre. Le tensioni di questi giorni, però, rischiano di riportare indietro il negoziato.

A Belgrado, dove c’è una certa tendenza – non del tutto infondata – a vedere complotti anti-serbi in ogni atto della comunità internazionale, in molti fanno notare una singolare coincidenza: non appena tutti i criminali di guerra ricercati dal Tribunale internazionale sono stati finalmente consegnati e dunque la strada verso i negoziati con l’Ue dovrebbe essere in discesa, ecco che il Kosovo torna a infiammarsi.

di Joseph Zarlingo