L’ Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto“. Anche se Goethe, con la sua celebre frase, non si riferiva certo alla politica italiana contemporanea, l’idea che la Sicilia ne rappresenti una chiave di interpretazione mi sembra abbastanza verosimile.

Pensiamo alla Sicilia “laboratorio politico” di formule poi esportate a livello nazionale come  il centro-sinistra oppure alla Sicilia del 61-0 che ha retto i governi Berlusconi e quindi alle figure di spicco siciliane della politica e ai loro ruoli spesso cruciali: dal Liotta che fece cadere Prodi a La Loggia, Cerami, Schifani, Martino, Dell’Utri, Alfano, Prestigiacomo, Romano, Cuffaro, Lombardo, Finocchiaro fino a Scilipoti…

Quale altra regione può vantare un simile piazzamento dei propri eletti? Va da sè che un’influenza siciliana sulla politica italiana diventi innegabile. Purtroppo, però, la Sicilia non ha best practice da esportare, non è una terra rinomata per il buongoverno e i suoi rappresentanti rimarranno famosi più per aver legato il proprio nome agli atti più servili verso il potere che per altro.

Conoscere perciò la storia siciliana aiuta a comprendere quella dell’Italia degli ultimi 150 anni. Un’ottima sintesi ce la dà, in un paio d’ore di stimolante lettura, un saggio di Pasquale Hamel, Breve storia della società siciliana 1780-1990, edito da Sellerio.

La tesi di fondo è quella -e la condivido pienamente- che in Sicilia sia mancata la formazione di una classe intermedia: si è avuta solo una classe dominante interessata a perpetuare il proprio potere su una popolazione da essa mai emancipata. Che nel tempo a signori feudali si siano sostituiti una cricca di politici, imprenditori e consulenti vari, non cambia la sostanza dei rapporti. La classe dirigente siciliana non ha mai creduto nel cambiamento, salvo, quando costretta, concorre a cambiare tutto, solo formalmente, perchè nulla cambi sostanzialmente, come faceva dire Tomasi di Lampedusa al suo personaggio del Gattopardo. Non è classe dirigente visionaria, che scommette, che rischia: è specialista solo di potere e della sua conservazione. Forse per questo è così tenuta in considerazione dalla politica nazionale.

Scrivevano nel 1875, in un’autonoma indagine (L’inchiesta in Sicilia), due deputati liberali del primo parlamento post-unitario, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, che quella borghesia che altrove era elemento d’ordine e di progresso civile in Sicilia era caratterizzata dalla “profonda abilità colla quale sa voltare a suo profitto perfino le leggi e l’organizzazione governativa dirette contro il delitto”. Il giudizio dei due autori è spietato verso questa classe dominante che arrivano a definire come i “facinorosi della classe media”. Proprio oggi, tornando all’attualità, il Governo nazionale ha erogato, su richiesta del sindaco Cammarata, 45 milioni di fondi Fas a favore del contenitore del precariato palermitano, la Gesip, perchè possa operare per nove mesi, fino alle prossime elezioni…

Il testo di Hamel è una ristampa, aggiornata, dell’edizione del 1995, particolarmente attuale oggi che, complice la crisi economica, si ripropongono istanze rivendicazioniste sicilianiste secondo cui il ritardo economico di questa terra sia da addebitare immancabilmente ad altri, i piemontesi ad esempio. Se i siciliani hanno indubbiamente delle ragioni da far valere sul piano storico, non hanno però completamente ragione. La causa dei mali di questa terra è da ricercare innanziatutto nella scarsa qualità del consenso politico, nella prepotenza di un ceto dominante che purtroppo suscita in troppi invidia più che indignazione, in un istinto servile e parassitario sempre pronto a correre in soccorso dei presunti vincitori.

Ovviamente, la Sicilia non è solo questo, ma se non vogliamo, magari tra 150 anni, tornare a discorrere sempre degli stessi problemi, è necessario decidersi a distinguere con decisione il grano dal loglio, le cause reali e profonde dalle scuse e giustificazioni.