La pellicola Nel cuore delle ragazze in uscita il 4 novembre prossimo, è il pretesto per parlare con Pupi Avati dell’amato capoluogo emiliano. Protagonisti scelti nel film: un insolito Cesare Cremonini e Micaela Ramazzotti. La colonna sonora è affidata a Lucio Dalla, legato ad Avati per la loro comune passione per il jazz e l’amicizia nata da una giovinezza in comune.

Quarantatre anni di lavoro e quarantadue pellicole girate (televisione inclusa), Avati narra tempi lontani e vicende private che conservano un’eco nelle dinamiche relazionali dei giorni a noi contemporanei, dimostrando come le sue storie siano molto più vicine a chi non sembra appartenervi, di quanto non possa risultare dal contesto in cui sono inserite.

Avati, cosa voleva raccontare con Il cuore delle ragazze?

Sono quarantatre anni che racconto la mia terra. Stavolta avevo voglia di raccontare un altro pezzetto delle vicende della mia famiglia considerando questi nonni che ho avuto, che erano entrambi bizzarri. La domanda di partenza era: come si sarebbe comportata una ragazza oggi, fidanzata e quindi sposa, di un essere umano come fu mio nonno Carlino Viggetti negli anni Venti. Ho pensato che fosse interessante offrire questo documento, su com’erano le donne e com’erano i maschi all’epoca. Fino a che punto di violenza poteva arrivare un maschio, trovandosi a contare sulla sopportazione di una donna. Sulla sua capacità di rimanere poi accanto a un marito così vistosamente infedele. Le donne avevano un cuore grande e ho dato questo titolo al film perché le donne avevano un cuore veramente molto grande e ce l’hanno probabilmente anche adesso, ma è giusto che lo mettano a disposizione con un po’ più di prudenza. Allora non era così. La donna era costretta in qualche misura, lo avvertiva come suo ruolo. Non credo potesse immaginare di avere alternative. Almeno quelle donne meno acculturate, che poi erano le donne della mia famiglia, di origine contadina, sono arrivate più tardi all’emancipazione.

Di recente ha parlato con amarezza della sua disillusione nei confronti della nuova commedia commerciale italiana e della voglia di deresponsabilizzazione che pervade gli spettatori: è ancora di questo avviso?

Non ho certamente smentito quello che è il mio approccio nei riguardi del mio ruolo, cioè una responsabilità che avverto quando realizzo un film che ho dovuto far coincidere in questa circostanza con il divertimento, perché alla luce del grande e doloroso insuccesso che ha avuto Una sconfinata giovinezza mi sono trovato a fare i conti anche col mercato. Chi fa questo mestiere, e chi non lo riconosce è ipocrita, si confronta quotidianamente col denaro e gli incassi. Perciò lo fa in conseguenza di quanto ha incassato l’ultimo film che ha fatto. In questa circostanza ho dovuto fare un film un po’ più raccolto, anche rispetto alle sue dimensioni produttive, perché venivo da un insuccesso. Se avessi inanellato due o tre insuccessi, avrei dovuto fare un film più piccolo o probabilmente non lo avrei nemmeno potuto fare perché c’è un certo punto in cui quando gli insuccessi eccedono, i registi stentano a trovare una possibilità concreta di continuare a realizzare il loro lavoro. E questo non deriva certo da una brutta critica del Mereghetti o non so chi, ma deriva dall’incasso.

Un insolito tono di rassegnazione?

Il cinema va visto, altrimenti hai finito. Lo sapeva bene anche Fellini. E dunque devi tenere insieme il tuo modo di vedere, la tua calligrafia, con quello che il pubblico vuole vedere. E il pubblico vuole ridere, evadere. Ci sono spazi veramente ridotti per quelle tematiche che hanno reso il cinema italiano quello è stato, un grande cinema. Ora è il monopolio totale della commedia, e per il momento devi rassegnarti anche se certo, non è un’imposizione definitiva. Al di fuori di ogni ipocrisia, questa è la ragione per la quale ho cercato una storia un po’ più allegra di quanto abitualmente io non racconti. Non mi vergogno di dirlo. Provo una grande insofferenza verso i miei colleghi che fanno questo lavoro con una sorta di distacco, all’interno di una sorta di campana di vetro (poi nel loro privato è evidente che si comportano diversamente) e che trovano disdicevole parlare di incassi. Il cinema è un lavoro sporco. È un lavoro che ha bisogno di soldi, di essere alimentato continuamente dal denaro.

A proposito di storie: non aveva in cantiere uno script su Padre Marella, sacerdote combattente della periferia bolognese che, al pari di Don Di Liegro che sfidava la borghesia romana, andava a chiedere davanti ai teatri della Grassa “Vi siete divertiti? Bene. Ora datemi i soldi per chi non se lo può permettere”?

Si, però è la città di Bologna che in qualche modo non ha voluto che lo facessi. Non in maniera esplicita. Trattandosi di una figura notissima in città ma talmente ignota al di fuori di Bologna, c’era la necessità di trovare dei finanziamenti locali. L’idea che mi era venuta, essendo il personaggio più amato dell’intero dopoguerra italiano dai bolognesi, facciamo una specie di grande colletta: tutta la città partecipa alla produzione. Avevamo anche costituito un comitato, c’era stata una prima adesione della Fondazione della Cassa di Risparmio, così anche il sindaco Guazzaloca si era dimostrato interessato, poi tutto si è arenato perché non si andava tanto oltre.

Si sta avvicinando la ricorrenza del 2 agosto 1980: cosa ricorda di quel giorno?

Tutti sanno dov’ero il 2 agosto 1980. Sono quelle date che segnano la nostra vicenda umana in modo indelebile. Io stavo girando la prima inquadratura di un film che si chiamava Aiutami a sognare, a Comacchio, e fummo raggiunti da quella notizia terribile. Da ottobre racconterò una lunga storia, una fiction di sei episodi, di un matrimonio che dura cinquant’anni, ipoteticamente dei miei genitori (che avrei voluto fosse dei miei genitori ma non fu, perché mio padre è morto giovane), attraverso il quale racconto la storia di Bologna dal ’48 al 2005. E c’è una puntata in cui naturalmente la Strage di Bologna è presente.

Ci sono dei luoghi che ancora custodiscono la Bologna dei suoi film?

La capacità evocativa dei luoghi è fortissima a Bologna. Avendoci vissuto i primi trent’anni della vita, ero molto studioso, molto percettivo. Parlo della Bologna in cui ho vissuto io, non di quella periferica, che si estende molto e nella quale io stesso mi perdo. Mi è capitato di guidare la macchina e di trovarmi nella periferia di Bologna e perdermi. Mi sono un po’ vergognato, però è successo.

Quindi Bologna è rimasta un po’ quello che era?

Bologna è casa mia. È la casa della mia infanzia, la casa della mia adolescenza, la casa della mia giovinezza. Ed è la casa dove è nato tutto. Dove è cominciato tutto. Non sarà la casa dove finirà tutto. Ma è dove, in via San Vitale 51 soprattutto (la casa dei miei genitori), mi piacerebbe veramente in qualche modo si richiudesse il cerchio.

E non sarà così?

No, perché non posso fare questo mestiere a Bologna. Per poter raccontare quel luogo, il presente, io debbo prendere una distanza. Ne Gli amici del Bar Margherita: alla fine del film c’è lui che non entra nella fotografia, non fa la fotografia con tutti gli altri. È quello che ho fatto io: quei dieci passi che lui fa affiancandosi al fotografo, sottraendosi alla foto, sono i trecentocinquanta chilometri che ho fatto io per venire a Roma. Perché solo così avrei potuto raccontare Bologna, la città che ho sempre amato.