Una nuova agenzia federale per regolare le procedure di valutazione dell’impatto ambientale dei progetti industriali, renderle più trasparenti e possibilmente più veloci. L’ha annunciata il primo ministro indiano Manmohan Singh a New Delhi domenica, durante una conferenza. La nuova National Environment Appraisal and Evaluation Authority, secondo Singh, “porterà a un cambiamento radicale” nelle procedure per il via libera ambientale per i grandi progetti industriali che in diverse regioni dell’India causano tensioni tra le comunità locali, i governi federali e statali, e i grandi gruppi economici.

Singh ha spiegato che la nuova Authority dovrà cercare di conciliare le esigenze della protezione ambientale con quelle della crescita economica, che in India, nonostante ritmi quasi “cinesi” non riesce ancora a risolvere gli enormi problemi di povertà, sia urbana che rurale. “C’è un consenso generalizzato sul fatto che l’ambiente non può essere protetto lasciando che la povertà continui – ha detto Singh – Ma è altrettanto vero che non è più da considerare come un dato acquisito il fatto che per avere la crescita economica sia inevitabile un certo livello di degrado ambientale e di supersfruttamento delle risorse naturali”. Secondo il primo ministro federale, la nuova Authority avrà un ruolo essenzialmente tecnico e non politico e sarà costituita da personale qualificato, al lavoro 24 ore su 24, per valutare caso per caso i singoli progetti.

Da un lato, la richiesta di un’autorità indipendente è da tempo presente nelle piattaforme politiche dei movimenti ecologisti indiani, che denunciano l’alto livello di corruzione delle autorità federali e statali, quando si tratta di mega-progetti industriali. D’altro canto, però, delegare a un’autorità tecnica decisioni che spesso sono essenzialmente politiche rischia di indebolire il ruolo del ministero dell’ambiente e quindi anche la possibilità per i cittadini e i movimenti di influenzarne le decisioni.

La questione è tutt’altro che secondaria in India, dove fin dagli anni novanta esistono ormai forti movimenti ecologisti che si oppongono, spesso con successo e con grandi campagne di opinione anche internazionali, ai grandi progetti industriali e di sfruttamento delle risorse naturali del Paese. Basti pensare alla lunga campagna internazionale per salvare il fiume Narmada da una serie di grandi dighe che ne hanno sconvolto il corso e hanno causato decine di migliaia di sfollati dai villaggi inondati.

Più di recente, nel Bengala Occidentale, un progetto per la creazione di una fabbrica del colosso automobilistico Tata ha causato le proteste durissime dei contadini che sono riusciti a bloccare l’operazione, costata anche la sconfitta elettorale del partito comunista del Bengala dopo decenni di potere ininterrotto.

Nell’Orissa, uno degli stati più poveri dell’India, ci sono almeno due “fronti” di scontro tra abitanti e gruppi industriali. Uno riguarda l’impianto progettato dalla sudcoreana Pesco per costruire un’acciaieria. Si tratta di un progetto da 12 miliardi di dollari, a cui i contadini e gli ambientalisti locali si oppongono. L’autorizzazione ambientale per questo progetto ha avuto un iter molto tormentato. Una commissione governativa l’aveva negata, qualche mese fa, ma a maggio di quest’anno il ministero dell’ambiente l’ha concessa, alimentando il sospetto di pesanti pressioni da parte dell’azienda sudcoreana.

Un altro progetto ad alto impatto ambientale, in Orissa, riguarda le miniere di bauxite e altri minerali che la Vedanta, un colosso industriale indiano, vuole espandere verso la zona delle colline di Nyamgiri, dove vive una comunità adivasi (indigena), quella di Dongria Kondh.

Nel Maharashtra, lo stato di cui è capitale Mumbai, da molti mesi va avanti un braccio di ferro politico tra la Nuclear Power Corporation of India (NCPIL) e due coalizioni di cittadini che si oppongono alla costruzione di una serie di centrali nucleari (sostenute dalla francese Areva), lungo la costa dello Stato.

L’elenco potrebbe continuare con progetti idroelettrici, nuove autostrade, acciaierie e miniere sparsi in tutto il paese. Il nodo di fondo è quello della quadratura del cerchio tra il bisogno di migliorare l’economia del paese (soprattutto la sua base industriale) e quello di evitare che ciò avvenga a spese dell’ambiente e dell’agricoltura, ancora la principale occupazione in India.

Singh, economista, è consapevole del potenziale impatto politico di questi temi che spesso incrociano e intrecciano tensioni locali con rapporti internazionali e perfino diverse visioni del mondo e del futuro del paese, prova a trarsi d’impiccio con la carta dell’Authority indipendente dal governo. Non è detto che possa bastare.

di Joseph Zarlingo – Lettera 22