Acqua pubblica contro acqua privata. Governo contro Regione Puglia. Insomma, Raffaele Fitto contro Nichi Vendola. Ennesimo round dell’eterna sfida tra gli ultimi due governatori della Regione. E ancora una volta, il ring dello scontro sarà Palazzo della Consulta di Roma, dove la Corte Costituzionale dovrà decidere sul ricorso che il Consiglio dei Ministri ha presentato proprio su proposta del titolare degli Affari Regionali contro la legge regionale che ripubblicizza l’Acquedotto Pugliese.

E’ stato proprio all’indomani del referendum popolare del 12 e 13 giugno che il Consiglio Regionale della Puglia ha approvato definitivamente la legge di ripubblicizzazione dell’Aqp. Ente che era stato trasformato dodici anni prima in società per azioni con un decreto legislativo del governo presieduto da un altro pugliese: Massimo D’Alema. Da poco più di un mese, l’Aqp è divenuto un’azienda pubblica regionale, che “subentra nel patrimonio e in tutti i rapporti attivi e passivi di Acquedotto pugliese s.p.a.”. Sempre ovviamente che superi lo scoglio della Corte Costituzionale, sul quale negli ultimi mesi si sono infrante altre leggi emanate dalla Regione Puglia, tra cui quella sugli impianti eolici e quella sull’energia nucleare.

Come se non fossero bastati gli attriti che la lunga gestazione di questa legge ha provocato tra Nichi Vendola e i comitati per l’acqua pubblica. Spesso caldeggiati da Beppe Grillo, che proprio lo scorso 14 giugno (data di approvazione della legge) definiva sul suo blog il governatore pugliese un “supercazzolaro che non ha reso pubblica la gestione dell’acqua”. Polemiche per nulla smorzate dall’approvazione del provvedimento in Consiglio Regionale, definito dai movimenti cittadini un lontano parente del testo licenziato dal tavolo tecnico alla quale avevano partecipato quasi due anni prima.

Pochi giorni fa, infatti, sul sito acquabenecomune.org, è apparso un articolo che raffronta con evidenziazioni grafiche il testo condiviso con i comitati e quello approvato definitivamente dall’assise regionale. Tra i rilievi più significativi, quello relativo all’erogazione gratuita del quantitativo vitale, che secondo i comitati avrebbe dovuto essere a “totale carico del bilancio della Regione Puglia”, mentre secondo l’articolo 13 della legge “avviene esclusivamente nei limiti finanziari dell’avanzo netto di gestione”. Non solo. A far storcere il naso ad Acqua Bene Comune è anche la disposizione che prevede la nomina dell’amministratore unico da parte del Presidente della Regione, sentita la Giunta. E soprattutto il fatto che all’articolo 2, all’azienda pubblica viene devoluta la realizzazione della “parte prevalente” e non della totalità “della propria attività con l’ente pubblico che la controlla”.

A far intervenire il Governo centrale, invece, sono state altre ragioni, legate alla ripartizione sulle competenze stabilite dall’articolo 117 della Costituzione, che affida in via esclusiva allo stato la tutela della concorrenza e dell’ambiente. E che quindi farebbe prevalere, sempre secondo il Cdm, il decreto legislativo che nel ’99 ha trasformato l’acquedotto più grande d’Europa in società per azioni.

La giunta regionale, invece, è convinta proprio sulla scorta degli esiti referendari che la ripubblicizzazione è diventata compatibile con il contesto normativo. L’assessore regionale alle Opere Pubbliche Fabiano Amati ha infatti bacchettato il Governo nazionale che “impugna una legge regionale – si legge nel comunicato – emanata nel rispetto della volontà dei cittadini italiani, piuttosto che intervenire esercitando i suoi poteri legislativi per riordinare la materia nel senso indicato con la consultazione popolare” Un atteggiamento, a detta di Amati, che suona tanto come una “dichiarazione di guerra avanzata nei confronti dei cittadini italiani”. Per questo, ironizza l’assessore, sarebbe stato più coerente che a proporla fosse il Ministro della Difesa.

In effetti, ragioni giuridiche a parte, la prontezza con la quale il ministro Fitto impugna le leggi della Regione Puglia, in particolar modo quelle molto care sul piano mediatico al governatore Nichi Vendola, pare dettata anche da circostanze squisitamente politiche. Termometro di un dualismo nato all’indomani delle elezioni regionali del 2005, quando il presidente uscente Raffaele Fitto veniva sconfitto dall’allora membro di Rifondazione Comunista, consegnando al centrosinistra una regione storicamente nota per essere un “feudo del centrodestra”.