Capua (Caserta) – Hanno tentato di inquinare le prove. Mentre erano ancora caldi i corpi dei tre operai morti l’11 settembre scorso dentro al silos F14 dell’azienda farmaceutica Dsm di Capua, soffocati da una miscela di elio e azoto pressurizzato, qualche manina solerte ha rimosso una flangia in fondo al fermentatore, prima dell’arrivo della polizia giudiziaria e dell’apposizione dei sigilli di sequestro. La flangia smontata è un pezzo necessario all’immissione dei gas. Una perizia ha però dimostrato che quella flangia era ‘attiva’ al momento dell’incidente, perché su quel pezzo di metallo sono state ritrovare tracce di sangue e urina di uno dei tre operai. Il primo dei tre a morire, precipitato nel fermentatore pochi attimi dopo aver inalato la sostanza che lo ha stordito e poi ucciso. I due colleghi fecero la stessa fine nel tentativo di scendere e prestargli soccorso. Si chiamavano Giuseppe Cecere (50 anni), Antonio Di Matteo (63 anni) e Vincenzo Musso (43 anni). Tre manovali di una piccola ditta edile, la ‘Errichiello’ di Afragola, chiamati a lavorare di sabato mattina per smontare un vecchio ponteggio e intascare un piccolo extra.

L’accusa di frode processuale è contenuta nell’avviso conclusa indagine firmato dai pm di Santa Maria Capua Vetere Donato Ceglie e Alessandra Converso e riguarda solo due indagati. Sono 18 in tutto le persone ‘avvisate’. L’inchiesta contesta i reati di omicidio colposo, rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, e una raffica impressionante di violazioni del testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Per le norme introdotte dalla legge 231, la Procura ha contestato la responsabilità penale delle imprese. Agli atti dell’inchiesta c’è la perizia di due medici, che certifica che i decessi sono avvenuti per “ipossia severa”, e una relazione tecnica di tre ingegneri, con la ricostruzione minuziosa e dettagliata delle inadempienze di chi avrebbe dovuto stabilire procedure e percorsi di sicurezza per il lavoro dei tre operai.

Rischiano un processo i dirigenti e i tecnici di tre aziende: la Dsm, la Errichiello e la Rivoira, la ditta incaricata della prova di tenuta del serbatoio, effettuata nei giorni precedenti attraverso la miscela di elio e azoto pressurizzato che è costata la vita dei tre muratori. I pm affermano che l’intervento poteva essere effettuato in maniera più sicura adoperando solo l’elio, o una miscela di aria ed elio, e l’intera fase successiva al test – depressurizzazione del serbatoio, smaltimento esterno dei gas – “è avvenuta con la massima superficialità, negligenza ed approssimazione”.

Frase che a leggere l’avviso conclusa indagine potrebbe definire l’intera catena di procedure che hanno condotto i tre muratori a morire in quel silos.