Sono stati necessari quasi 5 milioni di dollari per sistemare il Monumental di Buenos Aires dopo la guerriglia esplosa al termine del drammatico incontro che ha decretato la retrocessione del River Plate, lo storico club della capitale argentina. Un investimento improrogabile perché lo stadio da 70 mila posti, che ospita partite dal 1938, sarà la cornice della finale della Coppa America 2011, in programma domenica 24 luglio alle ore 21 in Italia (diretta Sky Sport 1). Di fronte, due squadre sulle quali pochi o pochissimi avrebbero puntato un centesimo all’inizio del torneo, Uruguay e Paraguay.

Si diceva che sarebbe stato l’anno buono dell’Argentina, che aveva la possibilità di giocarsi in casa la coppa più prestigiosa del continente sudamericano. La Seleccion non la vince dal 1993 e le ultime due edizioni erano sfumate in finale contro un Brasile stellare che non aveva concesso ai cugini il piacere di uno sgambetto da favola. Brasile che si è presentato ai nastri di partenza della Coppa America 2011 con un misto di convinzione e arroganza di chi sa di essere il numero uno, infarcito di campioni che farebbero (e fanno) la fortuna dei migliori club del mondo. Insomma, due multinazionali del pallone con i galloni di favoritissime che contavano di macinare gli avversari come fossero grani di caffè, fuori uno, avanti l’altro. E invece, a finire nel macinacaffè sono finite proprio loro, per la disperazione di milioni di tifosi che attendevano festanti per strada l’ennesima buona notizia del calcio che produce fuoriclasse e li vende al miglior offerente. Brasile e Argentina fuori ai quarti di finale per merito, rispettivamente, di Paraguay e Uruguay, le due finaliste. Per entrambe, ha detto male, anzi, malissimo, la lotteria dei calci di rigore. Che il Brasile ha fallito clamorosamente, sbagliando quattro tiri su quattro. Argentina ko grazie ai prodigi dell’ex laziale Muslera, portiere paratutto che da qualche giorno è diventato un idolo della folla uruguayana e che a Buenos Aires ha scatenato un’epidemia di mal di pancia che non ha precedenti.

Il Paraguay arriva alla finale senza aver mai vinto una partita. Almeno, non nei tempi regolamentari. Tre pareggi in tre partite nel girone di qualificazione, la vittoria ai rigori contro il Brasile nei quarti e ancora un successo dagli undici metri contro il Venezuela in semifinale. La squadra dell’allenatore Gerardo Martino, quattro scudetti nel campionato paraguayano e poco altro, è la rivelazione del torneo. Gioca un calcio che definire difensivo è quasi un insulto al credo di Trapattoni, palla lunga e pedalare, guai fare arrivare gli avversari al limite dell’area e, quando accade, sparare ad altezza uomo, meglio un calcio di punizione che un gol. Ricorda la Grecia dell’Europeo 2004, poche concessioni allo spettacolo e molta sostanza. Il Paraguay non raggiungeva le semifinali di Coppa America dal 1989. Allora, le stelle (si fa per dire) della nazionale si chiamavano Canete, Neffa, Ferreira e Mendoza. Oggi rispondono invece ai nomi di Justo Villar, il portiere capitano, l’asso pigliatutto della formazione biancorossa, l’Uomo ragno che ha parato l’impossibile contro il Brasile; Roque Santa Cruz, attaccante del Blackburn Rovers; Lucas Barrios, altro attaccante che milita nel Borussia Dortmund; Paulo Da Silva, centrale difensivo che conoscono personalmente a Venezia e Cosenza per via di una decina di apparizioni che fece nel 2000 e poi fine, perché non era una stella e questo lo si intuiva abbastanza facilmente. Dice l’adagio caro agli allenatori che collezionano trofei come fossero accendini: con l’attacco si vincono le partite, con la difesa si vincono i campionati (e le coppe). In Paraguay lo recitano come fosse un mantra, in attesa di un mezzo miracolo che porterebbe un Paese di 7 milioni di abitanti sulla vetta più alta del calcio sudamericano.

Di contro c’è l’Uruguay, il cui quarto posto ai mondiale del 2010 già lasciavo intendere che la truppa poteva contare su giocatori di assoluto valore. Forlan, Cavani, Suarez, Lugano, Muslera, Gonzalez, tanto per citare i nomi più noti, sono una garanzia di qualità. Con loro in squadra, puoi fare bene, molto bene. Tuttavia, era difficile immaginare che sarebbero riusciti ad avere la meglio sull’Argentina, una corazzata di campioni che può affondare, almeno sulla carta, qualsiasi altra imbarcazione. C’è voluto San Muslera a stravolgere i pronostici e a dare il via alla rincorsa della Celeste al trofeo che manca nella sua bacheca dal 1995.

Uruguay batte Paraguay 3 a 0 in fatto di talento e di capacità di impostare il gioco. La formazione di Oscar Tabarez, ex oracolo di Milan e Cagliari, usa il fioretto, quella di Martino la sciabola e si salvi chi può. Si giocasse la partita alla Playstation non ci sarebbero margini di dubbio, troppa la differenza in campo per immaginare sorprese. Ma la storia del calcio è piena di partite impossibili che si risolvono con una giocata dell’ultima ora. E il Paraguay ha sempre fatto faticare l’Uruguay, lo dicono i numeri. In 67 gare ufficiali, la Celeste ha avuto la meglio sugli avversari in 31 occasioni, 13 i pareggi, 23 le sconfitte. Come dire, facile facile proprio no.

di Dario Pelizzari