I cartelli di pericolo avrebbero potuto salvare la vita dei tre operai morti alla raffineria Saras di Sarroch, di proprietà della famiglia Moratti. Lo afferma la motivazione della sentenza del gup di Cagliari Giorgio Altieri, che il 5 luglio ha condannato a due anni di reclusione il direttore generale Dario Scaffardi e l’ex direttore della raffineria Guido Grosso, insieme a Francesco Ledda, il rappresentante legale della Comesa, l’impresa d’appalto per la quale lavoravano i tre operai.

Sulla tragedia, avvenuta il 26 maggio di due anni fa, pesò anche la mancanza di formazione dei lavoratori, che commisero sì delle imprudenze, sostiene il giudice, ma perché non erano a conoscenza dei pericoli che correvano. Durante un intervento di bonifica, l’operaio Gigi Solinas, 26 anni, entrò in una cisterna vuota, contravvenendo alle procedure previste. La cisterna, però, era priva di ossigeno.Vedendo il compagno in difficoltà, due colleghi, Bruno Muntoni e Daniele Melis, entrarono a loro volta per aiutarlo.Per i tre non ci fu nulla da fare.

“Cio’ che innescò la catena di eventi fu la condotta iniziale di Solinas, riconducibile, indubbiamente, a un’inosservanza da parte del lavoratore delle procedure di organizzazione e sicurezza e delle direttive che gli erano state impartite”, osserva il gup. “Tale circostanza però non implica che specifiche misure di segnalazione dei pericoli sarebbero state verosimilmente inefficaci”. Solinas, infatti, non poteva immaginare che quel serbatoio fosse privo di ossigeno, e certo non ci entrò perché “animato da intenzioni suicide”. Se qualcuno l’avesse informato, “il tragico evento non si sarebbe verificato”.

Un discorso simile vale per le altre due vittime: non solo non erano informate dei rischi, ma neppure delle corrette procedure di pronto soccorso.