A Rimini la frattura fra Lega Nord e Pdl si è consumata prima che a Roma. Il casus belli lo hanno fornito le ultime amministrative per il rinnovo del sindaco. Si è parlato anche di questo alla festa del Pd, ospitata nel Parco Ausa di Rimini. Protagonisti Michele De Lucia, tesoriere del partito radicale che ha presentato il suo libro Dossier Bossi-Lega Nord e il berlusconiano Gianni Piacenti, membro del consiglio di amministrazione di Rimini Fiera.

È stato un dibattito singolare quello della serata riminese: Piacenti avrebbe dovuto provocare De Lucia, intento nel quale è riuscito ben poco, piuttosto all’onorevole leghista Gianluca Pini saranno fischiate le orecchie. Fu Pini a indicare Gioenzo Renzi all’interno del Pdl come candidato sindaco riminese per il centro-destra. Il già designato Marco Lombardi, con tanto di manifesti affissi in città, dovette farsi da parte.

In tempi in cui il Pdl deve prestare necessariamente ascolto alla volontà della Lega, per non consumare un’alleanza che, venuta a mancare, obbligherebbe un presidente del Consiglio ricattabile ad affrontare i suoi processi, il diktat di Pini è suonato come ‘una proposta che non si può proprio rifiutare’. Ecco allora che in un sottotesto, neanche tanto coperto, Piacenti non ha parlato di Ivan Paglirani, sottosegretario del Carroccio a Rimini Nord, né di Mario Garattoni, suo collega per Rimini sud.

L’interlocutore non presente di Piacenti è sempre stato Gianluca Pini, deus ex machina della Lega in Romagna. Piacenti non ha mai nominato Pini, ma l’allusione è stata fin troppo scoperta: “La provincia di Rimini è guidata da una persona politicamente infantile, per non dire politicamente idiota, un idiota del volgo, un idiota al cubo”. Sì, a Rimini l’alleanza tra Pdl e Lega è diventata problematica e in una posizione non facile è Gioenzo Renzi, che si trova all’opposizione dell’opposizione.

Ora che il Genio civile ha rilasciato al nuovo Palacongressi il certificato di conformità antisismica, dieci mesi dopo l’apertura dell’indagine da parte della Procura e ‘l’astronave’ è pronta a decollare, Piacenti si scaglia apertamente contro Pini. L’onorevole leghista ha accusato di consociativismo centro-destra e centro-sinistra sulla faccenda del Palas e ha fatto pesare il suo dissenso, assieme a Renzi, a suon di esposti. E allora, nonostante le querele che si sono scambiati Pini e Piacenti, il consigliere di Rimini Fiere è tornato alla carica: “Un idiota politico guida la Lega a Rimini, ma non è possibile non tenere conto di questa realtà perché è espressione della volontà popolare”.

De Lucia, romano della Magliana, si è tenuto fuori dalle scaramucce interne al centro-destra riminese. Solo in un’occasione si è riferito a Rimini, parlando del Senatur. “Bossi ha detto di voler portare i ministeri al Nord e ha candidato Rimini per il turismo”. Decentramento, federalismo? Macchè! Per De Lucia quelli del Carroccio “non sanno neppure loro se parlano di secessione, federalismo o devolution, ma certo sono in grado di scaricare la capacità impositiva sui non residenti, cioè su chi non ti vota”.

L’analisi del libro di De Lucia mette in luce una Lega affarista, tutt’altro che rivoluzionaria e assolutamente accentratrice. “Dopo 25 anni di Lega –chiede l’autore- la pressione fiscale, la burocrazia dello stato, lo statalismo sono diminuiti? I servizi sono migliorati? Il federalismo s’è fatto? Tre no, il coro unanime del pubblico. “Perchè –continua De Lucia- il federalismo, che storicamente serve per unire, Bossi l’ha usato per dividere”.

Continua De Lucia la sua analisi che mette in fila uno dopo l’altro la Dc, il Pci e il Carroccio: “La Lega in questi anni ha operato un processo di sostituzione. Un tempo c’era la balena bianca, o rossa. Oggi si parla sempre più di balena verde”. E allora il pensiero va al finanziamento pubblico dei partiti, reintrodotto sotto mentite spoglie come rimborso elettorale, la legge elettorale del Porcellum, il tentativo di controllare le ricche banche del nord.

Dietro a un federalismo fiscale falso altro non v’è, sostiene De Lucia, che la volontà di “gestire le risorse pubbliche nelle regioni più ricche del Paese”. Il vero problema per il radicale De Lucia “non è il fatto che la Lega cambi spesso idea” e stimola allora il pubblico a ragionare attraverso una domanda semplice. “Bisogna chiedersi: “Ha fatto qualcosa la Lega? No, non ha fatto niente. Hanno eletto centinaia di migliaia di politici che non hanno fatto altro che occupare il potere. La Padania di Bossi, se venisse realizzata, sarebbe la riproduzione in scala dell’italietta partitocratrica”.

Ma allora perchè da quel lontano 1984 il movimento della Lega Lombarda è riuscito a diventare ciò che è ora? “Bossi ha intercettato un problema reale: ogni anno il nord stacca un assegno da 50 miliardi di euro al resto dell’Italia. Questo è un problema e il Senatur gli ha dato un nemico e una soluzione facile. Non importa che sia impraticabile, così intanto s’intercetta una parte dell’elettorato”.

Il dibattito poi si è spostato sui rapporti di forza interni al centro-destra. Ci si è chiesto perchè, nonostante l’alto tasso di litigiosità con il Pdl e la politica autoreferenziale del Cavaliere la Lega non abbandoni la nave. De Lucia lo ha spiegato adducendo a prova un documento del 2000, incluso nel suo libro e riprodotto fedelmente dall’originale su carta intestata di Forza Italia.

L’allora amministratore nazionale di Forza Italia, Giovanni Dall’Elce, scrisse una lettera alla Banca di Roma nella quale si legge: “Vi diamo incarico, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1958 e 1959 c.c., di aprire in favore del Movimento politico Lega Nord che assistiamo finanziariamente, un credito complessivo di lire 2.000.000.000 (due miliardi), validità sino a nostra revoca, utilizzabile per gli scopi istituzionali e le esigenze generali del Movimento”. Più oltre Dall’Elce estende il valore di questo autentico Piano Marshall, concedendo “l’autorizzazione a trasferire in ogni  momento nel nostro conto corrente gli importi dovuti dal predetto Movimento politico, senza obbligo di previamente interpellarci”. Carta bianca insomma poichè come è scritto “il presente mandato di credito è utile per il conseguimento dei nostri obiettivi elettorali”.

Nessuno dimentica che Umberto Bossi fu colui che fece cadere il primo governo Berlusconi, colui che apostrofava il Cavaliere come il “mafioso di Arcore”. Poi ci fu la vicenda di Credieuronord, l’istituto di credito padano salvato dalla Banca Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani, che finì a sua volta al centro di uno scandalo finanziario. De Lucia cita la tesi di Alessandro Cè, secondo il quale Berlusconi avrebbe addirittura ottenuto la proprietà legale del simbolo leghista di Alberto da Giussano in cambio di un aiuto finanziario.

Matrimonio duro da sciogliere quello tra le due principali forze del centro-destra: una Lega ammansita con il denaro del magnate Fininvest e un Cavaliere che non può permettersi di essere disarcionato dalla sella del potere: pena, fare i conti con i suoi processi.