Nei giorni scorsi, Siae e Confindustria Sistema Cultura hanno scelto di intervenire nel dibattito in corso a proposito della nuova disciplina che l’Agcom si avvia ad adottare in materia di diritto d’autore in Rete, ponendo, pubblicamente, dieci domande retoriche, generalmente fuorvianti e talvolta, persino fuori tema.

Eccone alcune:

Perché il diritto d’autore, che fuori dalla rete è riconosciuto, in rete non deve essere remunerato?

Perché impedire la messa in rete di proprietà intellettuale acquisita illegalmente dovrebbe essere considerata una forma di censura?

Perché si ritiene giusto pagare la connessione della rete, che non è mai gratis, ed ingiusto pagare i contenuti?

Perché il diritto all’equo compenso viene strumentalmente, da alcuni, chiamato tassa? Perché non sono chiamate tasse i compensi di medici, ingegneri, avvocati, meccanici, idraulici, ecc.?

Ieri il senatore Alessio Butti (Pdl), nel prendere la parola nel corso dell’audizione del presidente dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni dinanzi alle commissioni parlamentari riunite, comunicazioni e cultura, non solo ha deciso di porre – si fa per dire – al presidente Calabrò delle domande retoriche anziché delle vere domande (difficile comprenderne l’utilità nel corso di un’audizione, ma ha pensato bene di rivolgergli esattamente – lettera per lettera – quattro delle domande predisposte e pubblicate da Siae e Confindustria Sistema Cultura). Tutto, naturalmente, senza citare la fonte. Chiunque ne dubitasse può ascoltare qui la diretta, su Radio Radicale, il suo intervento.

Un autentico e inequivoco furto di altrui proprietà intellettuale. Non male per chi come il senatore Butti, nel prendere la parola, aveva testualmente detto: “Io non critico il provvedimento dell’Agcom, critico semmai il furto della proprietà intellettuale.” E aveva proseguito: “E da qui il Parlamento deve partire: c’è un furto in atto”.

E’ vero, mentre parlava, c’era un furto in atto ma era il suo! Furto perpetrato mediante l’illecita appropriazione di altrui domande. A meno che, naturalmente, che le dieci domande proposte da Siae e Sistema Cultura, non siano state concepite proprio dalla penna del senatore Butti.

Delle due l’una: o ci sono quattro domande a spasso, in Rete, in cerca d’autore o i paladini della tutela del diritto d’autore sono i primi a fregare la proprietà intellettuale altrui.