La notizia, stavolta, è stata confermata al massimo livello. Il Dipartimento di stato statunitense ha detto che funzionari dell’amministrazione USA hanno avuto colloqui diretti con rappresentanti del regime libico. Gli USA non hanno rilasciato dettagli su dove i colloqui siano avvenuti, se non un molto vago «in Tunisia» e l’incontro è avvenuto sabato scorso. Il comunicato del Dipartimento di stato dice che i rappresentanti statunitensi hanno consegnato a quelli libici «un messaggio chiaro e fermo». Cioè che «Gheddafi deve lasciare il potere, in modo da consentire l’avvio di un nuovo processo politico che rispetti la volontà e le aspirazioni dei cittadini libici». Secondo l’emittente panaraba Al Jazeera, però, i colloqui sono avvenuti nella capitale tunisina e sono durati tre ore. Per l’amministrazione Usa c’era Jeff Feltman, assistente del Segretario di Stato Hillary Clinton per il Medio oriente, e altri due funzionari, mentre non è chiaro chi abbia rappresentato la Libia.

La notizia di questi colloqui circolava da qualche giorno, anche accompagnata da illazioni degli ambienti di intelligence, sul fatto che la Casa Bianca non ne avesse concordato modi e tempi con gli altri paesi, arabi ed europei, impegnati nella campagna della Nato contro il regime libico.

Il portavoce del regime, Mussa Ibrahim, a Tripoli, ha detto ai giornalisti in una conferenza stampa che questi colloqui «rappresentano un passo importante nella ripresa delle relazioni con gli Stati Uniti». «Siamo pronti a discutere qualsiasi cosa – ha aggiunto Ibrahim – Ma senza condizioni pregiudiziali, lasciate che siano i libici a decidere del proprio futuro».

Gli USA, tuttavia, negano che ci saranno ulteriori incontri, visto che «il messaggio è stato consegnato». Quale possa essere la risposta di Gheddafi, però, non è difficile da immaginare, anche se, stando al comunicato ufficiale, nella proposta statunitense manca un elemento presente, per esempio, nei colloqui tenuti qualche giorno fa sempre in Tunisia da emissari francesi. La proposta è l’esilio di Gheddafi, su cui i francesi hanno insistito, ma che il colonnello ha sempre respinto come un’ipotesi del tutto fantasiosa. Altrettanto fantasiosa, però, stando a quanto ha dichiarato alle agenzie di stampa internazionali un funzionario del Dipartimento di Stato, è l’interpretazione libica dei colloqui: «Alti funzionari del regime di Gheddafi hanno da tempo chiesto di incontrare funzionari statunitensi – ha detto il dirigente – Da questi colloqui hanno dedotto in modo sbagliato che gli USA in qualche modo potrebbero assumere una posizione diversa da quella degli altri membri della comunità internazionale e che potrebbero vedere un qualche futuro per Gheddafi in Libia». Una dichiarazione che sembra intesa soprattutto a tranquillizzare gli alleati, dopo che anche Washington, venerdì scorso, ha riconosciuto il Consiglio Nazionale di Transizione come il solo legittimo rappresentante del popolo libico, nonostante le ripetute critiche di Mosca che continua a osteggiare, almeno a parole, la campagna internazionale contro Gheddafi.

Sul campo, intanto, le truppe del CNT affermano di essere in procinto di riprendere Brega, la città petrolifera al centro del Golfo della Sirte, 750 chilometri a est di Tripoli. Il regime nega e dice che Brega è ancora saldamente sotto il suo controllo. Secondo quanto detto da Shamsiddin Abdulmolah all’Agence France Presse, le truppe di Gheddafi, alcune centinaia di uomini, sarebbero confinate in un’area industriale di Brega, a corto di rifornimenti e munizioni, mentre il grosso dei soldati del colonnello si sarebbe ritirato verso Ras Lanuf, più a ovest di Brega, verso Tripoli. La città petrolifera sarebbe stata lasciata piena di mine antipersona e anticarro, che rendono molto più faticose e difficili le operazioni per prenderne il controllo.

Le colonne del CNT, inoltre, sembrano aver consolidato le proprie posizioni nel paese di Qwalish, un centinaio di chilometri a sud di Tripoli, sull’autostrada che conduce alla capitale, dove sono asserragliati i reparti ancora fedeli al colonnello, se non Gheddafi stesso, che si è fatto sentire con un discorso sabato, accusando i combattenti del CNT di essere dei traditori e ripetendo di non essere disposto a lasciare il paese.

di Joseph Zarlingo