Ergastolo. E’ risuonata nel tardo pomeriggio in tribunale a Modena la richiesta di condanna per il vignolese don Giorgio Panini, primo sacerdote italiano imputato di un omicidio efferato, ossia aver massacrato a coltellate un anno e mezzo fa Sergio Manfredini, bancario in pensione che lo ospitava da vent’anni nella villetta di famiglia.

Un delitto che resta senza un chiaro movente, secondo gli inquirenti legato a conflitti su interessi economici comuni, un tesoro disseminato dal Gargano alla Valtellina. Sessant’anni, la passione per le donne e soprattutto gli affari, Panini ha gestito cinque chiese nei Comuni di Vignola e Savignano, un albergo a Fanano, case-vacanze ad Aprica e Vieste, quaranta conti correnti e venti depositi perlopiù cointestati a Manfredini.

Sulla vicenda la Chiesa ha calato il silenzio come nella peggior tradizione. Il Vaticano non ha preso provvedimenti nei confronti del parroco, né di scomunica né di riduzione allo stato laico. Nell’immediatezza la Curia modenese ebbe parole di solidarietà per le vittime ma, per bocca dell’ex arcivescovo Benito Cocchi, auspicò un ritorno alle parrocchie di Panini, cui continua a pagare avvocati e perizie.

L’imputato si è presentato per la prima volta in tribunale. In borghese, a passo svelto e agitando la giacca sul volto per sfuggire ai flash, si è infilato nell’aula blindata del processo con il rito abbreviato.

Tra un pianto e un’invocazione di perdono, utilizzando la formula delle dichiarazioni spontanee, ha parlato per circa un’ora ribadendo di ricordare a sprazzi la notte dell’antivigilia, di non sapere come e perché. Con indizi schiaccianti, a partire dagli esami del Ris e dalle testimonianze dei congiunti della vittima (la moglie Paola Bergamini, ferita in modo grave durante l’aggressione, e il figlio Davide) lo scontro si è concentrato sulla tesi dell’incapacità di intendere e di volere al momento dell’omicidio sostenuta dagli avvocati Domenico Giovanardi e Antonio Sarzi Amadè con fior di consulenze. Quella del dottor Mario Mantero ha evidenziato una forte condizione di stress che avrebbe causato lo “stato dissociativo acuto” e quindi l’esplosione di aggressività che non trova un movente.

Al contrario il perito del Gip ha riconosciuto l’amnesia non come segnale dello stato dissociativo bensì “conseguenza dello choc che ha seguito l’omicidio”. Secondo le indagini dei carabinieri coordinate dal Pm Maria Sighicelli e dal procuratore aggiunto Lucia Musti, l’imputato avrebbe pianificato l’omicidio forse sperando di occultare le tracce e simulare una rapina finita male: sveglia puntata un’ora prima del delitto, guanti e passamontagna indossati, sacchi di rifiuti, taniche semivuote e un altro coltello sull’auto, una denuncia di qualche giorno prima circa presenze inquietanti.

Al termine della requisitoria l’accusa ha chiesto una condanna al massimo della pena per don Giorgio Panini: considerando l’attenuante del risarcimento sub valente rispetto alle aggravanti (premeditazione, tentato omicidio in continuazione, l’aver approfittato dello stato di minorata difesa e la coabitazione alla stregua di un parente), ha calcolato l’ergastolo con isolamento diurno (quest’ultimo cancellato dal beneficio del rito abbreviato). Dopo l’arringa dell’avvocato Giovanardi, prevista per oggi, il  Gup Domenico Truppa si chiuderà in camera di consiglio per emettere la sentenza.

Comunque vada resterà il mistero del movente. Di certo un mese prima del delitto il sacerdote aveva preso contatti per acquistare a Guiglia un appartamento dove trasferirsi con una 40enne che all’autorità giudiziaria e in varie interviste si è definita la sua fidanzata. Che sia stata la scintilla della lite sullo scioglimento di un rapporto ventennale o l’effetto di una rottura già consumata, non è chiaro. Gli inquirenti hanno sempre parlato di conflitti di natura economica sui vasti interessi comuni.

Don Giorgio Panini, oltre a gestire cinque chiese (nelle frazioni di Campiglio, Garofalo, Formica, Pratomaggiore e Brodano), un asilo privato e un banco Caritas, possedeva un albergo a Fanano assieme a un diacono, due case vacanze cointestate a Sergio Manfredini ad Aprica e a Vieste, dove nel settembre 2009 realizzò 8 mini-alloggi al prezzo stracciato di 400mila euro.

La Guardia di Finanza ha fotografato una movimentazione bancaria da un milione di euro, con quaranta conti correnti, altrettante carte di credito e una ventina di depositi di gestioni patrimoniali. Ma le origini del tesoro non sono entrate nel filone principale e nel procedimento stralciato in cui Panini era imputato di truffa e appropriazione indebita ai danni della Curia e dei Comuni di Savignano e Vignola.

Una storia di otto per mille spariti e fondi pubblici ottenuti sulla base della legge Bucalossi per ristrutturare le chiese, tramite fatture gonfiate in accordo con le imprese di ristrutturazione. La vicenda, punta di un iceberg rimasto sotto traccia, si è consumata sempre a porte chiuse in udienza preliminare, con un frettoloso patteggiamento da 1 anno e 10 mesi e risarcimenti mai precisati alle parti offese.