Il mandato di arresto per Alfonso Papa, la fuga da se stesso di Saverio Romano, i continui ritardi ai tagli dei costi della politica (con tutti gli effetti comunicativi conseguenti e di strettissima attualità) pongono con forza ancora maggiore una serie di questioni, tutte sostanzialmente legate allo scollamento tra ‘Paese reale’ e ‘Palazzo’.

Perché non cambia mai nulla in Italia?
Perché il livello del nostro Parlamento è così scadente?
Perché dopo tanto entusiasmo in alcuni momenti storici (dai girotondi fino all’onda Amministrative+Referendum) non c’è il seguito che volevamo?
Perché c’è una distanza così sproporzionata tra ciò che i politici dicono in campagna elettorale e ciò che fanno dopo (specie nel rapporto con l’ascolto della cittadinanza)?
Perché la situazione è preoccupante a livello nazionale, dove ci sono le liste bloccate nonostante solo il 12% degli italiani sia favorevole a questo modello elettorale, ma non è affatto migliore nelle amministrazioni locali, dove i cittadini possono liberamente esprimere le loro opinioni, talvolta anche passando per le Primarie?
Perché i partiti sono guidati da anni dalle stesse persone?
Perché i meccanismi democratici nei partiti sono generalmente insoddisfacenti?

Sono domande che ci portiamo dietro da anni, a cui i partiti (poco) e la società civile (un po’ di più) hanno saputo dare risposte generose, ma spesso dal fiato troppo corto, troppo locali, troppo figlie di dinamiche non stabili, dunque senza capacità di propulsione, di continuità, di innovazione.

A tutte queste questioni si potrebbe rispondere con una sola frase: perché siamo noi a non volerci candidare.

Nessuno di noi, presunte anime belle (mi ci metto anch’io), ha mai il coraggio di rischiare, di buttarsi, anche di perdere per il bene di tutti, per migliorare la discussione, per portare un’istanza minoritaria e renderla centrale.

Ci si candida solo se si ha la certezza di vincere, e chi perde sa di farlo ma si immola perché gli è stato promesso qualcos’altro da riscuotere successivamente. Le Primarie sono sempre più spesso un regolamento di conti nei partiti o tra partiti in cui non si ha il coraggio di risolvere i problemi e allora si decide di lanciare la monetina della partecipazione popolare. O, peggio ancora, sono strumenti che servono a pesare la composizione della maggioranza dopo la vittoria elettorale. Una specie di Cencelli politicamente corretto.

Ci sono dinamiche, poi, che obiettivamente non favoriscono l’assunzione di responsabilità individuale e collettiva.

Con che forza si sfida un capopopolo locale che ha costruito le sue clientele negli anni, più o meno alla luce del sole, e che anche grazie alla politica si è arricchito e può dunque mettere in campo fortissimi strumenti di persuasione alla tornata successiva, permettendo al sistema di autoriprodursi?

Con quali strumenti si riesce a veicolare un’idea, un programma, una campagna se alle spalle non si ha una buona solidità economica di partenza? Chi li compra gli spot tv? Chi organizza gli eventi? Il web, specie a livello locale, non è sufficiente. E così i ricchi si candidano, i ricchi vincono, i ricchi continuano a candidarsi, a coltivare i loro interessi, ad apparire imbattibili.

Il sistema è bloccato scientificamente e ha la forza per sopravvivere all’infinito. Non ha nessun bisogno di cambiare, di ascoltare i cittadini, di modificare la sua anima. Per cambiare non basta l’attivismo, il civismo, le campagne su Facebook, la pressione mediatica non è sufficiente: può cadere una testa, che verrà prontamente sostituita da qualcun altro, ma non sarà colpito il cuore di questo processo che dal secondo dopoguerra si è autoriprodotto senza grossi scarti.

Per questo lancio un appello: chi se la sente, chi pensa di poter dare un contributo all’Italia, si candidi. Lo faccia senza timore. Lo dica ai suoi amici, provi a convincerli a fare lo stesso. Lo dica in Rete: qualcuno potrebbe aver bisogno di sentire una storia del genere per tirar fuori il coraggio che è stato tenuto dentro a stento e che aveva solo bisogno di un detonatore.

Non importa l’incarico per cui si decide di lottare, va bene tutto, dal segretario di circolo del Partito alla guida di una Pubblica Amministrazione. Non importa neanche il metodo, né in fondo conta il risultato. La prima linea, in quanto tale, sarà più esposta al rischio di soccombere, ma aprirà il varco per le successive.

Chi se la sente faccia un percorso di vita, una campagna elettorale, un pezzo di strada accanto a un candidato o in prima persona. Racconti tutti a tutto, usi la Rete per coordinare le energie, dia spazio a tutti quelli che da sempre cercano qualcuno di fidato da votare. Non tutti possono candidarsi, sia per motivi di spazio che di carattere. Non tutti hanno capacità di compromesso, di mediazione, di negoziazione (io mi inserisco in questa categoria).

Ma i progetti politici possono essere costruiti senza il permesso di qualche padre nobile: le idee buone girano, la sfiducia nei partiti è tale da permettere, paradossalmente, una loro rifioritura se ci sarà questa positiva mescolanza tra civismo e rappresentanza, se quelli che fino a ieri si sono lamentati avranno la forza di mettersi a capo, per davvero, della rivoluzione.

L’alternativa a tutto questo è restare come siamo, con un sistema chiuso in cui non votare corrisponde a delegare la scelta a chi vota, senza che la rabbia del non voto abbia il minimo impatto sulla politica (anche i rimborsi elettorali non dipendono dai votanti effettivi). L’alternativa è rimanere con questa composizione politica, un sostanziale cartello di forze che, autoriproducendosi, non deve sforzarsi di far troppa concorrenza né teme altre forze che possano pescare dall’enorme bacino dell’astensione.

Forse è meglio perdere combattendo che restando fermi, travolti dall’onda di melma.