Dice bene Pigi Battista sul Corriere: il caso Papa, con B. che raccomanda di salvarlo dall’arresto “per non creare un precedente” e Bossi che lo vuole “in galera”, riduce la questione morale a una “commedia”, “gioco al massacro”, “spettacolo indecoroso”, “grottesco”, “comico”.

Il fatto è che l’articolo di Battista avrebbe potuto (anzi dovuto) essere scritto 15 anni fa, nel 1996, quando piovve sulla Camera la prima richiesta di arresto per un deputato della Seconda Repubblica. Il tizio si chiamava Cesare Previti ed era accusato di inquinare le prove dell’inchiesta Imi-Sir/Mondadori, per la quale fu poi condannato a 7 anni e mezzo. La Camera respinse la richiesta dei giudici di Milano.

Ma non per il fumus persecutionis (era troppo anche per i berluscones, dinanzi alla mole di prove portate dai magistrati a carico dell’onorevole avvocato ed ex ministro berlusconiano). Bensì perché le prove erano così imponenti che Previti non poteva inquinarle tutte. Chissà dov’erano i Battista all’epoca. Anzi, lo sappiamo bene dov’erano. Erano impegnati a spaccare il capello in quattro su “giustizialismo” e “garantismo”, “guerra tra politica e giustizia”, “invasione di campo” delle toghe, “primato della politica” e altre menate, tant’è che di lì a poco tifarono come un sol uomo per la Bicamerale Dalemoni.

Anziché prendere atto dei veri motivi del crollo della Prima Repubblica – debito pubblico e corruzione, due sinonimi – hanno spacciato una versione di comodo: se i pm indagano su tanti politici non è perché abbiamo la classe dirigente più criminale dell’universo, ma perché la magistratura vuol prendere il potere. Anziché svolgere la funzione tipica degli intellettuali – smontare le imposture del potere con le armi della cultura – costoro han passato il tempo a fornire al potere le munizioni per spacciare meglio le sue menzogne.

È anche grazie al tradimento di questi chierici, anzi chierichetti, che siamo a questo punto: il tracollo della Seconda Repubblica che, rubando quanto e più della Prima, muore dello stesso morbo che ammazzò la Prima: la collusione col malaffare e la malavita. E, come la Prima, viene portata via pezzo per pezzo a suon di retate. Accorgersene ora è un po’ tardi.

Dal ‘96 a oggi, Camera e Senato hanno respinto tutte le richieste dei giudici per arrestare i membri della casta-cosca o per usare le loro intercettazioni. Chi ha la fortuna o la prontezza di rifugiarsi a Palazzo, qualunque cosa faccia o abbia fatto, diventa ipso facto un perseguitato, per definizione, “a prescindere”. Che governi il centrodestra o il centrosinistra.

Cane non morde cane. “Non fare agli altri quello che domani potrebbero fare a te”, per dirla con l’on. avv. Paolo Sisto, il salvatore di Papa, che confonde il Vangelo con il codice mafioso. Fanno sorridere le tardive lamentazioni dei Battista su questa “guerra per bande senza precedenti nella storia repubblicana”. Senza precedenti? E le venti richieste di arresto respinte negli ultimi 15 anni? Oggi, semmai, c’è una novità incoraggiante: spinto dai suoi elettori sempre più stufi di vederlo tenere il sacco alla Banda B., Bossi sul caso Papa tenta di smarcarsi dalla regola aurea dell’impunità.

E proprio questo disturba Battista, che infatti ricorda: “Papa è innocente fino a sentenza definitiva”. Ma che c’entrano le sentenze? Ogni giorno finiscono dentro centinaia di cittadini comuni che nessuna sentenza ha mai condannato, ma che non si riuscirà mai a giudicare se fuggono o inquinano le prove. A fine articolo, si capisce finalmente dove Pigi nel Paese delle Meraviglie vuole andare a parare: invoca “un dialogo bipartisan sulla riforma della giustizia”, che consisterebbe in “provvedimenti come la separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale” (forse la discrezionalità, visto che l’obbligatorietà è già vigente).

Dopo 17 anni di scandali e ruberie, i nostri chierichetti della sera non hanno ancora capito che le carriere da separare non sono quelle dei pm e dei giudici. Ma quelle dei politici e dei ladri.