Gli accordi di libero scambio fra Paesi o aree economiche con altri Paesi o aree economiche sono un fatto relativamente frequente, che merita di solito poco spazio sulla stampa generalista degli Stati interessati. Diverso è quando la seconda nazione più grande del mondo, lo sconfinato Canada, si mette sul rettilineo finale di un accordo di libero scambio con i 27 Paesi dell’Unione Europea. E’ quanto sta accadendo in questi giorni, con i funzionari dei governi di Canada e Ue che stanno lavorando a Bruxelles per portare a termine un risultato lungamente inseguito dai governi canadesi degli ultimi 15 anni, ma mai raggiunto prima.

Potenzialmente, questo accordo fra Canada e Ue (che porterà all’introduzione di un altro di quei buffi acronimi tipo “Nafta” – North American Free Trade Agreement, stavolta magari nella veste di “Ceufta” Canada – European Union Free Trade Agreement, visto che il “Cefta” esiste già) potrebbe rivelarsi un volano eccezionale per ambedue le economie, con l’abbattimento di tariffe e quote d’importazione su tutte o gran parte delle merci prodotte nelle due macroaree, nonché la possibilità di esportare lavoratori europei in Canada (e viceversa, ma la cosa sembra meno probabile per un banale dato demografico).

In realtà la situazione non è tutta rose e fiori, e infatti in Canada alcuni economisti hanno suonato l’allarme. Tra gli altri, Jim Stanford, sindacalista della Canadian Auto Workers, che scrive sul sito Rabble.ca: “La soluzione migliore sarebbe una vera partnership economica reciproca fra Ue e Canada, qualcosa di molto più esteso di questo accordo di libero scambio, che si presenta con una tempistica tutta sbagliata per noi canadesi.” Stanford sostiene che la debolezza dell’euro nei confronti del dollaro canadese (qui chiamato “Loonie”) ha già portato a un deprezzamento delle merci europee sul mercato della Foglia d’Acero del 25%, con una conseguente salita dell’importazione di queste merci sulle tavole dei canadesi. Inoltre, Stanford sostiene che la percentuale media delle tariffe europee sulle merci canadesi è “solo del 2% e anche l’azzeramento di questo 2% non porterà a un sostanziale aumento dell’export di prodotti canadesi sulle tavole europee, anche a causa di un dollaro canadese che, si prevede, si apprezzerà ancora sull’euro”.

Il sindacalista vede proprio nera la situazione economico-finanziaria europea e teme anche che gli Stati della Ue si avviino a una prossima deflazione (un’inflazione negativa, che porta i prezzi dei beni a scendere anziché a salire col tempo), con conseguente stagnazione dell’economia e ulteriori tagli alla spesa pubblica di ciascun Paese. Una situazione che di certo non spingerebbe i consumatori o gli Stati a spendere nell’acquisto di prodotti canadesi, che fra inflazione e forza crescente del Loonie, saranno sempre più cari.

Il sindacalista naturalmente è condizionato dal suo punto di vista di difensore del prodotto-auto canadese, che con l’accordo di libero scambio sarà messo in difficoltà dalla maggiore competitività delle auto di marche europee.

Però, come invece ricorda l’editorialista del Globe and Mail John Ibbitson, non tiene conto del fatto che il Canada esporterà verso l’Europa soprattutto materie prime, dalla legna al petrolio, oltre che prodotti alimentari come manzo e maiale. Inoltre, Stanford non considera che il progetto di libero scambio consentirà al Canada di diminuire il livello della sua dipendenza economica dagli Stati Uniti, oggi immenso se si calcola che gli Usa acquistano il 75% dei prodotti canadesi, mentre l’Ue solo il 10%. Ibbitson quindi prevede che questo grande trattato “porterà allo sbocciare di un boom di accordi economici di piccola e media entità, producendo ricchezza e lavoro su tutte e due le coste della pozzanghera”, l’oceano Atlantico, come è chiamato dai Canadesi.

In economia, la vastità e la vicinanza geografica dei mercati è ciò che detta legge, e la manovra del governo conservatore canadese di Stephen Harper e del suo ministro del Commercio Estero, Ed Fast, è, anche a mio parere, previdente nel tentare di allentare la morsa del mercato a stelle e strisce su quello della Foglia d’Acero, soprattutto in un’epoca di crisi per il vicino americano.

Proprio  in questi giorni Barack Obama sta disperatamente cercando un accordo con l’opposizione repubblicana che gli consenta di ridurre il deficit e il debito dello Stato prima della data del 2 agosto, data oltre la quale gli Usa dovranno dichiarare il proprio stato di default (in finanza, la condizione in cui un debitore ammette di non essere in grado di rispettare un contratto di pagamento presso uno o più dei suoi creditori). E’ improbabile che tutto ciò accada, perché sarebbe un vero suicidio economico per gli Usa e avrebbe conseguenze formidabili sull’economia dell’intero pianeta, inclusa quella canadese e quella cinese, che detiene da sola il 10% del debito americano. Ma in economia, mai dire mai, pensa il governo di Ottawa.