Macedonia, Slovacchia, Vietnam. Lo spettro delle delocalizzazioni continua ad aggirarsi tra le aziende metalmeccaniche del bolognese. Dopo il caso della Datalogic, la fabbrica bolognese dei lettori per codici a barre che a breve porterà la sua produzione di Treviso a Saigon, ora tocca all’Arcotronics. L’azienda – 736 lavoratori divisi tra gli stabilimenti di Monghidoro, Sasso Marconi e Vergato, tutti nel bolognese – ha preannunciato ai sindacati un nuovo piano che prevede l’apertura di uno stabilimento in Macedonia e la chiusura di quello di Monghidoro.

La Fiom Cgil, insieme agli altri sindacati dei metalmeccanici Fim e Uilm, lancia dunque il guanto di sfida all’azienda e alle istituzioni in vista dell’incontro di venerdì prossimo in Regione. “Prima dell’incontro vogliamo essere molto chiari. Siamo contrari alla chiusura di Monghidoro. È l’unica realtà produttiva in quella zona. E nessuno ci dice che cosa faranno quei 127 lavoratori”, ha spiegato Bruno Papignani, segretario cittadino della Fiom Cgil. La Kemet, la multinazionale americana che a ottobre 2007 ha acquisito la fabbrica che produce condensatori, non ha infatti specificato che cosa faranno i 127 lavoratori di Monghidoro, visto che non si parla di un trasferimento delle macchine negli altri 2 stabilimenti. “Saranno degli esuberi di fatto”, conclude Papignani.

Poi c’è la questione dello stabilimento di Pontecchio Marconi che, secondo il piano di salvataggio dell’azienda dell’aprile 2008 sarebbe già dovuto essere pronto, per poi essere il fiore all’occhiello della nuova Arcotronics a guida americana. Ma a oggi niente. “Qualunque ragionamento su un nuovo piano – ha spiegato Papignani – non si può fare se prima non partirà la costruzione del nuovo stabilimento a Pontecchio”. I lavori, che costeranno all’azienda 20 milioni di euro (5 milioni sono già stati spesi per l’acquisto del terreno) e attendono solo una banale licenza per partire.

Tuttavia, il timore inconfessato dei sindacati e soprattutto dei lavoratori, è che i piani siano altri. Per prima cosa “puzza” che l’azienda voglia un piano di ristrutturazione anche se gli affari vanno bene. “Per noi l’emergenza è finita. Il piano industriale è stato applicato. Questi lavoratori – ha spiegato Papignani in conferenza stampa davanti a molti operai – si sono fatti un c…o così lavorando anche la domenica pur di non far perdere commesse all’azienda”.

Il timore è la delocalizzazione: “Dall’azienda ci hanno fatto capire che le lavorazioni a basso valore aggiunto verrebbero fatte in un nuovo stabilimento in Macedonia. Ma se una lavorazione a basso valore va via, quali sono quelle ad alto valore aggiunto che partono da noi?”. E in effetti se lo stabilimento nuovo non parte e non si specifica che cosa farebbero i lavoratori quando Monghidoro verrà chiusa, è lecito il dubbio che l’azienda non abbia chiaro il suo futuro, o che non lo voglia dire.

Sulla questione delle delocalizzazioni Papignani propone la via delle penali per le aziende che arrivano e subito scappano dall’Emilia Romagna. È il caso di quelle società che fanno incetta di finanziamenti per aprire produzioni, comprano stabilimenti a basso costo dai comuni con la promessa di posti di lavoro e poi vanno via dopo pochi anni, delocalizzando e magari facendo lauti guadagni sulla vendita di quei terreni che lasciano. La linea di Papignani è questa: “Se un’azienda si prende un impegno con il territorio e poi dopo pochi anni lo disattende andando via deve pagare dazio a quel territorio. Non ci sono leggi che lo prevedano, ma ho già messo i miei legali al lavoro per lavorare su questa proposta”. L’idea è quasi quella dell’“esproprio”.

Secondo il leader Fiom bolognese una delle soluzioni potrebbe per esempio essere quella secondo cui le aziende che abbandonano, tradendo la fiducia di una popolazione, lascino gratuitamente o a basso costo lo stabilimento a un’azienda che continui la produzione. “Troppe ditte stanno chiudendo e le cose vanno risolte prima che sia troppo tardi”, spiega Papignani che poi lancia un messaggio sibillino alla Regione: “A meno che non si pensi che queste produzioni è giusto perderle. Ma ce lo dicano chiaramente”.

Sul fronte delle delocalizzazioni intanto un fronte molto caldo potrebbe aprirsi alla Bonfiglioli. L’azienda che produce riduttori meccanici con sede a Lippo di Calderara, secondo Gianni Scaltritti, segretario regionale della Fiom, “potrebbe vedere trasferiti pezzi delle sue produzioni all’estero, in Vietnam e Slovacchia”.

Intanto oggi, anche per protesta contro la manovra finanziaria del Governo in approvazione, decine di aziende metalmeccaniche si sono fermate per scioperi più o meno lunghi. “Il mondo non finisce a luglio. Mi auguro che i lavoratori inizino a incazzarsi” ha concluso Papignani.