Non si ferma il braccio di ferro sul nuovo statuto dell’Università di Bologna. Dopo il referendum interno che ha raccolto quasi 2300 voti, l’Intersindacale d’Ateneo torna alla carica, lanciando al rettore Ivano Dionigi una proposta che sembra quasi un ultimatum. “Organizzi lui stesso una consultazione via web per capire il grado di adesione del personale alle regole del nuovo statuto. Altrimenti – fanno sapere – ci penseremo noi”.

La richiesta arriva a poche ore dalla presentazione della seconda bozza del documento, quella che con molte probabilità sarà approvata in via definitiva a fine mese. Un testo che, secondo i rappresentati dell’Intersindacale (che include diversi sigle tra cui Cgil, Cisl e Uil e gruppi come quello dei Docenti preoccupati), ignora le richieste espresse attraverso il voto del referendum. “Ci stiamo avviando verso decisioni di estrema importanza per il futuro della nostra comunità – scrive l’intersindacale nella lettera spedita a Dionigi– senza tenere conto della nostra consultazione e senza valutare l’opportunità di dare più tempo alla discussione per allargare la condivisione e il consenso”.

Eppure, non sono stati pochi i dipendenti che hanno detto no allo statuto così come è stato formulato fino adesso dalla Commissione. “Ci sono almeno 2300 persone in Ateneo con un po’ di mal di pancia – commenta Maurizio Matteuzzi, uno dei Docenti preoccupati – si tratta di un dato politico inequivocabile”. Nonostante questo “dei quattro punti votati al referendum, solo uno è stato preso in considerazione, ossia quello sull’eleggibilità dei presidi di scuole e facoltà. Tutti gli altri sono stati ignorati”.

Anzi, secondo Matteuzzi, la seconda bozza, quella presentata dopo il referendum, è ancora peggio della prima. Diversi gli elementi critici. Uno su tutti il potere dato in mano al Consiglio d’amministrazione, organo che sarà nominato (non eletto) e che avrà di fatto una funzione deliberativa. “Nella nuova bozza non è prevista la possibilità per il Senato di sfiduciare il Cda – spiega ancora Matteuzzi – così corriamo il serio rischio di andare a penalizzare la ricerca di base solo perché considerata dal Cda meno remunerativa nell’immediato. Inoltre le promozioni, le carriere e i posti vengono tutti consegnati al Cda, organismo che diventa espressione di un governo di pochi”. In questo modo, secondo il docente di statistica Giorgio Tassinari, l’Università di Bologna assume sempre di più le sembianze di un’azienda. Inoltre, Matteuzzi fa notare come nella seconda bozza, tra i principi costitutivi che affermano che “l’Università di Bologna è un’istituzione pubblica, autonoma e pluralistica”, sia sparito l’aggettivo “laica”.

Insomma, l’Intersindacale chiede una “prova di sensibilità democratica”. Proprio come è stato fatto al Politecnico di Torino, dove l’ateneo ha indetto un referendum vincolante (non solo consultivo come proposto a Bologna), sottoponendo così il nuovo statuto al giudizio di tutto il personale. Se Dionigi non prenderà d’esempio Torino, lo potrebbero fare i sindacati mettendo in piedi un altro referendum a settembre, questa volta sul testo definitivo. Visto il periodo, la partecipazione potrebbe essere molto più alta di quella avuta nella consultazione di fine giungo, e un eventuale bocciatura sarebbe per il rettore un forte segnale di sfiducia da parte della propria Università.

Per ora Dionigi si difende: “Abbiamo tenuto e terremo conto di tutti. È stato un percorso partecipatissimo. Quello di Bologna è un Ateneo complesso e in parte complicato e al rettore spetta il compito di mediare, e alla fine di prendere della scelte”. E definisce il referendum di fine giungo indetto dall’Intersindacale “una delle forme più visibili di partecipazione che ho apprezzato”.