Aveva il dito medio alzato. Nel primo pomeriggio di oggi, il boss Cosimo Alvaro è uscito dalla questura di Reggio Calabria con direzione carcere di San Pietro. Non un gesto da “capo famiglia”. Semmai, è stato un atteggiamento da garzone di ‘ndrangheta, non certamente da figlio ed erede di don Mico Alvaro. Eppure, i salotti buoni di Reggio Calabria, il boss originario di Sinopoli li conosceva bene. Dal lido “Calajunco” al locale “Pasha”: il boss di 47 anni non si perdeva una festa, un incontro, una semplice chiacchierata con i personaggi, anche politici, più in vista della città dello Stretto.

Le sue frequentazioni sono emerse nell’ambito dell’inchiesta “Meta”, coordinata dal sostituto procuratore della Dda Giuseppe Lombardo il quale, nei suoi confronti, aveva chiesto e ottenuto dal gip un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa, estorsione e intestazione fittizia di beni. Accuse per le quali Cosimo Alvaro è stato rinviato a giudizio poche settimane fa. È stato l’unico a sfuggire all’operazione del Ros, nel maggio del 2010. La squadra mobile e il commissariato di Gioia Tauro lo hanno scovato a Rizziconi, in un casolare. Alle 5 del mattino il blitz. Gli uomini di Renato Cortese e del vicequestore aggiunto Fabio Catalano hanno stretto le manette ai polsi di Alvaro e di un suo favoreggiatore.

Da giorni, la polizia aveva notato dei movimenti sospetti attorno all’abitazione rustica in cui si nascondeva il latitante, l’attuale reggente della cosca di Sinopoli che, il 15 ottobre del 2006, era stato invitato alla festa di anniversario dei genitori degli imprenditori Barbieri, indagati per mafia sempre nell’inchiesta “Meta”. Una festa alla quale, con la lancia K della scorta, hanno partecipato anche l’ex sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti (attuale governatore) e numerosi consiglieri comunali. Politica, imprenditori e presunti mafiosi allo stesso tavolo del ristorante “La Fenice” di Gallico Marina. Loro mangiavano e gli uomini del Ros annotavano tutto.

Non è un caso il riferimento del procuratore Giuseppe Pignatone durante la conferenza stampa tenuta in questura. Il numero uno della Dda reggina, infatti, ha sottolineato lo “spessore criminale di Cosimo Alvaro, la sua capacità di infiltrarsi nelle attività economiche pulite (proprietario di fatto di ristoranti e centri di balneazione) e la continua ricerca di rapporti con la politica e il mondo della pubblica amministrazione in generale”.

L’ormai ex latitante Cosimo Alvaro era affezionato alla politica. Un capitolo intero dell’informativa è stato dedicato ai rapporti tra l’esponente di Forza Italia (oggi Pdl) Michele Marcianò e il boss catturato all’alba. Già assolto dall’accusa di voto di scambio nel 2000 nell’ambito processo “Prima” (Alvaro Antonio + 63), secondo gli inquirenti Michele Marcianò avrebbe continuato ad avere rapporti con la cosca di Sinopoli.

“Nel corso dell’attività di indagine denominata Meta – è scritto nella sua scheda personale, inserita nel fascicolo del processo – sono state censurate conversazioni telefoniche tra Marcianò Michele e l’indagato Alvaro Cosimo riguardanti argomenti politico mafiosi. In particolar modo, tale attività ha consentito di accertare la piena disponibilità dello stesso Marcianò Michele, allora vice presidente del Consiglio comunale, con l’indagato Alvaro Cosimo, per la realizzazione di “progetti” aventi come fine la formazione di nuovi gruppi politici, inserendo giovani universitari. Questi ultimi avrebbero goduto del sostegno politico del Marcianò, il quale avrebbe garantito attraverso le sue amicizie a livello politico nazionale, nomine dirigenziali all’interno degli stessi partiti politici. Il tutto vedeva un appoggio incondizionato del Marcianò nei confronti dell’Alvaro, per l’attuazione di intenti comuni: (“…mi chiamate e mi dite “Michele ho bisogno di questa cosa!!….ah!!…Dobbiamo seguire questa strada….noi prendiamo e seguiamo questa strada!!…”). Inoltre il Marcianò commentava le vicende giudiziarie a cui è stato sottoposto, associazione mafiosa. Nello specifico ha riferito che in passato ha ricevuto un’informazione di garanzia per tale reato e poi in un secondo momento ha saputo, tramite un suo amico, di essere stato vittima di un’altra indagine, sempre per problematiche relative alla mafia. Asserisce di aver rischiato 14 anni di carcere e nello stesso contesto di essere stato bersaglio delle cronache televisive e giornalistiche, ma che attualmente è risorto ed ha anche il porto d’armi (da pochi mesi il permesso di portare la pistola non gli sarebbe stato rinnovato, ndr)”.